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* * * Avella
"Sobre un monte sta el castillo,
bello
y grande"
E' qui la porta dell'Irpinia, nella
valle
del Clanio che si dilunga sotto le
alture
del Ciglio di Avella, sull'antica strada
delle Puglie proveniente da Napoli.
Questa
strada ha perduto la sua antica importanza,
sostituita dall'autostrada A/16; il
traballante
traìno che andava a Napoli al tempo
dello
"zampugnaro nnammurato" è
solo
un ricordo.
E' qui il passaggio dalla Campania
Felix
all'Irpinia montuosa, in una "singulare
abundantia" di prodotti e "imputatae
vitae" che salgono sui rami degli
alberi,
paesaggio che Petrarca, pur non essendo
arrivato
in questa valle, celebrava nel suo
"Itinerarium
syriacum", un viaggio immaginario
in
Terrasanta.
Questo territorio, già aggregato alla
Terra
di Lavoro, solo del 1861 è entrato
a far
parte della provincia di Avellino.
Il paesaggio
cambia, le ramificazioni dei filari
tendono
in alto, e arbusti dalla corteccia
marrone
e dalle foglie di un bel verde intenso
spandono
le loro chiome sotto l'azzurro del
cielo,
in un intrico di sentieri che vanno
di colle
in colle.
Ecco la "singulare abundantia"
di frutti che celebrava il Petrarca,
i nocelleti,
ma abbondano anche alberi di pesche,
ciliegi,
melograni, e mele che costituiscono
il vanto
di Avella, la "malifera Abella",
che, secondo alcuni, le dettero il
nome (abel
ed apfel significano mela).
Come sempre avviene per località antichissime,
si è cercato nel passato un mitico
fondatore
di Avella, e lo si è trovato in Èbalo,
alleato
di Turno che si opponeva ad Enea sbarcato
sulla costa laziale.
Ne favoleggiò Virgilio:
"Di costui si dice
che non contento del paterno regno,
Capri al vecchio lasciando e i Teleboi,
fè d'esterni paesi ampio conquisto,
e fu re de' Sarasti e delle genti
che Sarno irriga. Insirognissi appresso
di Bàtulo, di Rufra, di Celenne,
e de' campi fruttiferi d'Avella".
(Eneide,
VII)
Èbalo abbandonò Capri, aspra e rocciosa,
abbandonò i Teleboi e venne a conquistare
le fertili contrade del Sarno e del
Clanio
e i campi fruttiferi d'Avella. Ma anche
prima
che Èbalo venisse, gli aborigeni di
quattromila
anni prima di Cristo avevano abitato
il territorio,
lasciandovi quelle ceramiche ad impasto
e
quei manufatti litici che successivamente
sono affiorati dal suolo.
I primi villaggi sorsero sulle alture
del
Clanio, mille anni prima di Cristo,
e con
gli abitanti di questi villaggi i Greci
e
gli Etruschi della costa tirrenica,
i Greci
di Cuma e di Neapoli, cominciarono
ad avere
scambi e contatti commerciali, rapporti
così
frequenti e intensi che si disse essere
Avella
stata fondata dai Calcidiesi.
Se Greci ed Etruschi avanzavano da
ovest,
Sanniti avanzavano da est. I primi
lasciarono,
come segni della loro frequentazione,
oggetti
e manufatti simili a quelli ritrovati
a Cuma
ed a Pithecusa (Ischia), i secondi
seppellirono
i loro morti sulla collina del Clanio;
Avella
era ormai luogo di incontro tra genti
della
pianura campana e genti provenienti
dalla
valle del Sabato.
Ma non tutto fu pacifico, giacché i
Sanniti,
volendo proteggersi le spalle nell'avanzata
verso la Campania, la distrussero;
i cinturoni
ed i vasi a vernice nera rinvenuti
nelle
tombe a cassa sono i segni della loro
presenza.
I Greci, per conto loro, avrebbero
costruito,
a guardia del confine verso la Campania,
il fortilizio che si disse castello
del Litto
(Alicton).
Il documento più importante sui rapporti
degli avellani con gli Osci e gli Etruschi,
è il famoso cippo avellano, un blocco
di
pietra con iscrizione in lingua osca
ed etrusca
per regolare i rapporti tra Abella
e Nola,
tra popolazioni e genti di diversa
origine
ma conviventi nello stesso territorio,
"tèrum
muinìkum". Nel cippo si fa riferimento
ad un Masio edile, ad un Tancino tribuno
militare, ad un'offerta di grano e
farro
al dio Pàtulus corrispondente a Giano,
ad
un Larte-Amnur pontefice, e ad un'autorità
che sarebbe una specie di Senato. Il
cippo,
miracolosamente riemerso dopo secoli
e secoli
in cui giacque sepolto, databile verso
il
secondo secolo prima di Cristo, è custodito
nei locali del Seminario di Nola.
La necropoli del sesto secolo prima
di Cristo,
i vasi di bucchero con colorazione
bruno-rossastra
come quelli di Nola e Capua, le tazze
ioniche
come quelle di Velia, sono i documenti
che
ci raccontano la vita di Avella in
quel tempo,
vivace e molteplice, come pure le numerose
statuette votive che genti dell'interno
deponevano
nei templi di Giano e di qualche altra
divinità,
una vita in una città dove i Sanniti
Caudini
avevano costruito solide mura difensive
in
"opus incertum", cioé con
blocchetti
irregolari di tufo, il cui tracciato
è argomento
di ricerca per studiosi e per archeologi.
Poi apparvero i Romani, aspre guerre
li contrapposero
ai Sanniti, vi si stabilirono, occuparono
Avella, e ne fecero una città "foederata",
una città legata a Roma da vincoli
di alleanza..
Ed Avella rimase fedele a Roma fino
alla
guerra sociale, quando tornarono i
Sanniti
e Papio Mutilo la saccheggiò e incendiò:
tracce di quell'incendio sono ricomparse
dopo duemila anni, per effetto di una
esplorazione
archeologica del 1970. La città rimase
romana
quando Silla vi dedusse una colonia
di veterani
e distribuì loro le terre; altre città
furono
distrutte, ma Avella fu risparmiata,
e gli
avellani, grati a Silla, eressero un
tempio
in suo onore e forse un monumento,
perché
una grossa pietra ancora porta inciso
il
suo nome (Sillae S.)
Avella fu "municipium" e
Vespasiano
vi fece affluire altri veterani nel
primo
secolo dopo Cristo. E' interessante
vedere,
o intuire, i segni della città "foederata"
o "municipium", le terme,
il forum,
le sei porte, le strade incrociantesi,
cioè
i decumeni orientati da est ad ovest
ed i
cardini orientati da nord a sud; il
decumanus
maior coincide con l'attuale Corso
Vittorio
Emanuele.
Ancora parla di Avella l'anfiteatro,
un po'
fuori, con l'arena, il podio, la càvea,
i
sedili, il tutto in "opus reticulatum",
tipica costruzione romana in pietre
di tufo
squadrate e ordinate. Nell'anfiteatro
accorrevano
schiere di Avellani per assistere alle
competizioni
che spesso si trasformavano in rissa.
Le basi delle statue onorarie e le
epigrafi
raccolte nella piazza ricordano, a
noi lontani,
Numerio Marcio Pletorio, Numerio Peto
Rufino,
Numerio Pletorio Onirio, Lucio Sitrio
Modesto,
Lucio Egnazio Invento, ed altri personaggi
ragguardevoli che si aggiravano tra
la basilica
e la curia, oggi scomparse. C'era anche
il
teatro, dove gli Avellani andavano
ad assistere
alle recitazioni ed alle parodie in
cui si
esibivano i mimi, condendole con frizzi
e
con le arguzie napoletane e puteolane.
Le strade esterne erano punteggiate
da monumenti
funerari, come quelli che ancora si
vedono
lungo le strade esterne di Santa Maria
Capua
Vetere, corpi quadrangolari con la
parte
superiore cilindrica.
Altro documento dell'opulenza di Avella
è
il mosaico di età imperiale, raffigurante
l'uccisione di Laio re di Tebe ad opera
del
figlio Edipo, conservato oggi nel Museo
Nazionale
di Napoli.
Era una città prospera e attiva, che
mantenne
la sua opulenza e la sua vivacità durante
l'epoca imperiale, specialmente nell'età
di Vespasiano.
Roma decadde, e decadde Avella. Quando
i
Goti di Alarico e i Vandali di Genserico
invasero la città, gli Avellani ripararono
sulle alture circostanti; quando Ungari
e
Saraceni facevano le incursioni ci
fu desolazione.
I Longobardi, dopo la conquista, imposero
la loro pace, e sull'altura del Litto,
dove
era l'acropoli antica, costruirono
il loro
castello, nel settimo secolo, castello
che
i Normanni fortificarono con tre torri
quadrate,
il mastio, la torre cilindrica, i corpi
di
fabbrica per gli uomini d'arme e gli
uomini
di servizio, le feritoie e le caditoie.
Il
fortilizio longobardo, a difesa del
gastaldato
di Nola, rimase a segnare il confine
che
il Principe di Salerno aveva segnato
anche
qui, scolta avanzata verso il Principato
di Benevento, ed offrì un rifugio contro
gli Ungari del decimo secolo.
I Normanni di Aversa debellarono Ungari,
Saraceni, Bizantini e Longobardi, e
con Arnaldo
iniziarono il loro dominio, che si
stendeva
sui territori vicini di Baiano, Sirignano,
Sperone, Mugnano, Litto. Questo dominio
della
nobile famiglia De Avella durò per
trecento
anni, dal 1045 al 1356, durante le
epoche
normanna e sveva. L'ultima, Francesca
de
Avella, portò in dote il feudo ad Amelio
Del Balzo, discendente di quei Del
Balzo
che eran venuti dalla Francia con Carlo
d'Angiò;
dopo una trentina d'anni Giovanna Del
Balzo,
per matrimonio trasmise il feudo a
Nicola
Giamvilla, che andava consolidando
il suo
dominio da S. Angelo a Cassano. La
regina
Giovanna II ne ordinò la confisca,
per una
vera o presunta ribellione, e il feudo
passò
a Sergianni Caracciolo. Dopo qualche
anno
acquistò il feudo Raimondo Orsini,
signore
della vicina Nola, e poi lo acquistò
Pietro
Spinelli.
Nel primo cinquecento diventò Signore
di
Avella Girolamo Colonna, che legò il
suo
nome alla costruzione ed al ritorno
degli
Avellani nel piano, dove era stata
la città
romana, dopo la lunga permanenza sulle
alture
del Litto.
Dai primi del seicento sono Signori
di Avella
i Doria Del Carretto principi di Melfi,
fino
all'ultimo signore, Giovanni Andrea
III.
Sorge il Palazzo Ducale nella piazza
principale
di Avella; ha una lunga facciata segnata
da cornice marcapiano, due portali
arcuati,
una fila di finestre; è imponente,
ma in
uno stato di abbandono e fatiscenza,
nonostante
il restauro fatto da Carlo Spinelli
che a
metà del cinquecento lo ridusse "in
splendiorem formam". Nel settecento
fu dotato di un magnifico parco, ricco
di
piante e di alberi. Il platano centenario,
vanto degli Avellani e del parco, è
stato
colpito non è molto da un fulmine.
Le case di Avella sono allineate sulla
via
principale, che corrisponde al "decamanus
maior", così pure i palazzi nobiliari,
fra cui il palazzo d'Avanzo in cui
visse
il Cardinale Bartolomeo D'Avanzo. Nella
chiesa
di Santa Susanna a Roma una lapide,
apposta
nel 1880, ricorda che il Cardinale
D'Avanzo
ebbe il titolo di Santa Susanna e rifece
il pavimento della chiesa omonima.
Lo sviluppo
edilizio di Avella è andato così oltre
da
congiungere le case di Avella con quelle
di Sperone e di Baiano. Davanti alle
case
sono frequentissime le esposizioni
di cumuli
di "fuscelle", prodotto dell'artigianato
locale, involucri di paglia per riporvi
la
ricotta.
E' molto singolare lo spettacolo che
offre
Avella. Davanti ad ogni casa sono distesi
larghi teli, per terra, in cui le nocciole,
esposte al sole, formano un tappeto
di colore,
fra il rosa e il marrone. Il nocciolo,
introdotto
in Italia in epoca antichissima, attecchì
nelle campagne del Piemonte, del Lazio
e
soprattutto dell'Irpinia. Ne ho visti
sulle
pendici del lago di Vico, sui monti
Cimini,
a Caprarola, Carbognano, Soriano, Vallerano,
ma mai tanti quanti ne vedo qui: sono
ventimila
ettari di "corylus avellana",
che
qui chiamano nocelle "sangiovanni",
che danno cinquecentomila quintali
di nocelle
all'anno e che prendono le vie delle
fabbriche
di torrone, di cioccolatto, di "nutella"
e di "copèta", quel torrone
bianco
diffusissimo sui banchi delle feste
paesane
e delle fiere. Mi interrogo ancora
se fu
Avella a dare il nome al suo frutto
tipico,
le avellane, ovvero se furono le avellane
a dare il nome ad Avella. Se n'è discusso
per secoli; furono chiamate per la
provenienza
"nuces ponticae"; Plinio
le disse
noci "quos abellinas patrio nomine
adpellabant".
E' visibile da ogni parte il Ciglio
di Avella,
barriera montuosa che difende il paese
dai
venti settentrionali e separa la vallata
del Clanio dalla valle Caudina. Il
piccolo
fiume che la percorre, ora all'aperto,
ora
nascondendosi in rivoletti che si perdono
fra i campi, è il Clanio, l'antico
Clanis,
che, per l'impadulamento delle sue
acque,
preoccupò i vicerè di Napoli, da don
Pedro
de Toledo a don Fernando de Castro,
fino
a che il deflusso delle acque fu regolarizzato
ed imbrigliato da Giulio Cesare Fontana,
da Avella e Nola al mare, e si eliminò
la
piaga della malaria.La provvidenziale
canalizzazione
fu detta dei Regi Lagni (dove Lagni
è deformazione
dialettale di Clanis).
Passeggiare in paese vuol dire fare
piacevoli
scoperte. Il convento di S. Francesco
ha
un portico con archi retti da colonnine
e
la volta affrescata dall'avellano Ardelio
Buongiovanni; tele del settecento arricchiscono
la chiesa attigua, preceduta anch'essa
da
un portico ad archi con colonnine romane;
il soffitto a cassettoni dorati ha
altre
tele del settecento. La chiesa di S.
Pietro,
antica ma rifatta nel seicento, ha
utilizzato
elementi romani, un'edicola funeraria
di
Sitrio Modesto inserita nella facciata,
ed
un sarcofago di Vero e Prenestina all'interno;
due campanili racchiudono la facciata
a capanna,
illegiadrita da un rosone.
Tipicamente settecentesca è la Collegiata
di S. Giovanni, il cui campanile, separato
dalla chiesa, si eleva da un basamento
scarpato
e termina a cuspide. Il suo titolo
antico
è San Silverio, preesistente basilica
del
VI secolo. Marmi policromi, acquasantiere
del cinquecento, il sarcofago del cardinale
d'Avanzo, tele del settecento, un Redentore
del Tramontano la impreziosiscono,
ma il
pensiero va, com'è naturale, all'antico
titolare
della chiesa, papa Silverio.
Nella "Geografia dell'Italia",
pubblicata nel 1898, lo Strafforello
si dice
certo che Silverio era un prete di
Avella,
nominato vescovo nel 514, diventato
Papa
nel 536. Erano i tempi della guerra
gotica,
i Goti avevano occupato Roma, e l'imperatore
Giustiniano mandò Belisario a liberarla.
I Romani erano incerti: chi seguire,
il generale
bizantino o il re dei Goti? Venne mandata
a Costantinopoli una ambasceria, di
cui faceva
parte il Papa Agapito, che a Costantinopoli,
ammalatosi, morì.
L'imperatrice Teodora sosteneva un
personaggio
di suo gradimento per la nomina a pontefice,
Virgilio, e lo mandò a Roma con le
sue credenziali
per l'elezione. Ma Virgilio giunse
tardi,
quando già il popolo aveva eletto Silverio,
e Silverio non ebbe vita facile perché
a
Roma la moglie di Belisario, Antonina,
era
legatissima all'imperatrice. Antonina
era
figlia di un cocchiere, era donna di
teatro
e menava vita scandalosa. Scrive Procopio:
"Antonina era vissuta con dissolutezza
e senza alcun freno, e aveva acquistato
grande
familiarità con i maleficii... Quando
diventò
sposa di Belisario, commise anche adulterio...
e non sentì vergogna per qualunque
azione"
(Storia inedita, cap. 9). Possiamo
vedere
la sua immagine nel mosaico di S. Vitale
a Ravenna, dove essa è raffigurata
accanto
all'imperatrice Teodora.
Silverio non volle comparire dinanzi
a Belisario
e Antonina: esiliato, continuò energicamente
a proclamarsi legittimo vescovo di
Roma,
riaffermandone il primato sugli altri
vescovi.
Giustiniano ebbe un ripensamento, ordinò
la revisione del processo e la revoca
dell'esilio.
Ma il viaggio di ritorno di Silverio
finì
a Ponza, dove morì di stenti e privazioni,
e dove, dice il Liber Pontificalis,
fu sepolto.
A Ponza il sepolcro di Papa Silverio
non
c'è,ma in suo onore e in sua memoria
i ponzesi
eressero una cappelletta nell'isola
Palmaria,
dove una tradizione ricorda la sua
sepoltura;
i Ponzesi lo vollero loro protettore,
e da
allora un ponzese su due porta il suo
nome.
Belisario ebbe rimorso per le persecuzioni
inflitte a Silverio, e, come espiazione
della
sua colpa, costruì in Roma una chiesa:
è
quella di S. Maria in Trivio, in piazza
Fontana
di Trevi, con ospizio per ammalati
e pellegrini.
Una lapide murata all'esterno dice
che Belisario
la costruì "per ottenere il perdono
dei propri peccati".
In una valletta incuneata fra alte
colline,
immersa in folta vegetazione che ricopre
pareti scoscese, si apre la grotta
degli
"sportiglioni", come chiamano
qui
i pipistrelli che vi si aggirano e
volteggiano
in gran numero. La grotta è vasta e
spaziosa,
con pavimento molto inclinato, ingombra
di
pietre e terriccio, sdrucciolevole
per l'umidità.
Attraverso uno stretto passaggio si
entra
in una spelonca dove la fioca luce
della
torcia si riflette sulle pareti; le
stalattiti
e le stalagmiti, curioamente stratificate,
son chiamate "pietra d'Avella".
Nel vallone Fontanelle, tra rocce impervie
e scoscese, in mezzo ad una vegetazione
fittissima,
si apre un'altra grotta, forse abitata
in
epoca preistorica, certamente usata
come
ricovero degli abitanti all'epoca di
barbari,
saraceni, ungari, cui si accede per
un basso
arcosolio.
Affreschi bizantini, rappresentanti
Cristo
benedicente e San Cristoforo, ornano
le pareti;
una Madonna con bambino ha la fissità
bizantina
e la carica umana dell'arte italiana;
un
San Michele che allarga le ali sovrasta
due
santi, con gli occhi sbarrati. In un
altro
vano un baldacchino di fattura recente
offre
al visitatore la visione di una statuetta
di S. Michele; un po' dovunque, dipinti
parietali
del dodicesimo secolo, e, dietro il
baldacchino,
un altare primitivo ci dice che la
grotta
fu usata come cimitero paleocristiano,
al
tempo dell'arciprete Comiziolo, nel
V secolo,
cui fu dedicata una lapide. La grotta
di
San Michele è il più importante ricordo
dei
Longobardi di Avella.
I Longobardi del Ducato beneventano,
stabiliti
anche ad Avella, dove eressero il loro
fortilizio,
consacrarono al loro santo la grotta,
già
usata come ricovero e come cimitero.
La conversione
al cristianesimo era già avvenuta,
il mondo
latino e longobardo era rimasto sbalordito
dall'apparizione dell'Arcangelo sul
Monte
Gargano, nel 490. Si diceva che il
vescovo
e il popolo di Manfredonia avevano
visto
una grande luce all'imbocco della grotta
ed avevano sentito una voce che gridava
"questo
luogo è sacro all'arcangelo Michele".
Da quel tempo cominciò il passaggio
dei pellegrini
diretti in Terra Santa, poi dei Crociati,
dei papi e dei santi.
Nell'anno 647 Duca di Benevento era
Grimoaldo
"che governò per venticinque anni.
Era
un guerriero valorosissimo e famoso
in ogni
contrada. Una volta sbarcarono dei
Greci
che volevano saccheggiare la chiesa
dell'Arcangelo
sul monte Gargano, ma Grimoaldo piombò
su
di loro con il suo esercito e li sterminò"
(così Paolo Diacono, Storia dei Longobardi,
46). Forse il saccheggio fu fatto dai
Saraceni,
o anche dai Napoletani, ma è certa
la cacciata
dei sacrileghi, per documentazione
storica,
ed è certa la guerra che Grimoaldo
mosse
ai Greci, e la sua vittoria su di essi.
Dell'impresa
di Grimoaldo s'impadronì la leggenda,
il
santuario del Gargano divenne sempre
più
celebre, ed i Longobardi di Avella,
come
gli altri Longobardi dell'Irpinia,
furono
sempre più devoti all'arcangelo Michele,
erigendogli altari e dedicandogli località.
Il più grande monumento in suo onore
fu la
basilica di S. Michele, in Pavia, ma
la grotta
di Avella è testimonianza ugualmente
importante.
Un'altra leggenda, che trae origine
da un
fatto storico ricordato da Gennaro
Aspreno
Galante in un suo panegirico in onore
dell'avellano
cardinale Bartolomeo d'Avanzo, è questa.
Un giorno "il sacerdote di Cristo,
con
il liquore prodigiosamente emesso da
sterili
pampini, infuse vita novella nelle
languide
membra del pastore della sede nolana".
E' il ricordo del prete San Felice,
che imbattutosi
nel vescovo San Massimo, moribondo
per le
persecuzioni e i supplizi, lo ravvivò
con
un grappolo d'uva prodigiosamente nato
da
un cespuglio. L'uva che miracolosamente
spunta
dal cespuglio è un fatto ricorrente
nella
fantasia meridionale. Anche ad Ortucchio,
in Abruzzo, nella piana del Fucino,
alcuni
secchi sarmenti rinverdirono miracolosamente,
si copersero di tralci, foglie e grappoli
quando un altro santo, Sant'Orante,
cadde
morente su di essi.
L'indole allegra e festaiola degli
Avellani
si tramanda con alcune ballate o rappresentazioni.
Una di queste è "Lu laccio d'amore",
un ballo intorno ad un albero, il "maio",
per propiziare la fertilità della terra,
secondo antichissimi riti contadini.
All'albero
sono attaccati tanti lacci colorati,
che
vengono presi e lasciati da gruppi
di danzatori
mascherati, che s'intrecciano, s'incrociano,
si sciolgono, si allontanano, secondo
figurazioni
pittoresche, mentre suona la fisarmonica.
Un'altra cantata popolare è dedicata
ai mesi
dell'anno, da "o capo 'e ll'anno"
(gennaio) al "mese re' figliole"
(aprile), a giugno che porta "fave
e
fasùle, cìceri e cicerchie", a
dicembre
"ccu stu friddo che ve fa tremmà".
Ed ancora, molti canti esaltano le
bellezze
del territorio; come questo: "Quanno
me pare bbella ra luntano l'acqua re
li Funtanelle";
dopo aver deriso le "scassalandrelle"
di Quadrelle, i "ricuttari"
di
Mugnano, i "craunari" di
Sperone,
l'amore per il paese esplode con
" e nenne belle songo r'Avella".
E' suggestiva ed emotiva l'usanza di
aprire
ad ottobre i loculi del cimitero e
procedere
alla "pulizia dei morti"
ed al
cambio degli indumenti; l'usanza è
meno macabra
di quanto possa apparire perché ad
Avella
abbonda un pietrisco argilloso che
conserva
bene i corpi dei defunti, sicché questi
si
offrono ai visitatori così com'erano.
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* * * Gli ex "casali" di Avella
* * * Sperone
Appena superato il confine della provincia
di Napoli, nell'ampia conca avellana,
ad
un bivio per Avella, è l'abitato di
Sperone.
Anche qui v'erano terreni fertili,
che i
veterani di Silla occuparono e ne divennero
assegnatari, costruendo ville rustiche
che
furono i primi nuclei dei casali, tra
campi
di grano, vigneti, frutteti, oliveti.
Alla
sporgenza di una fortificazione, simile
ad
uno sperone, si sviluppò un casale,
pertinenza
dei signori e feudatari di Avella fino
all'autonomia
amministrativa, conseguita nel 1836.
E' una striscia di "Campania Felix"
che si insinua tra le colline irpine
fino
a Baiano e Sirignano.
* * * Baiano
"es tierra fertil de vino, olio,
granos
y aves " (Vagner)
Si chiamava Badius o Velleius il proprietario
romano che aveva un ricco e vasto praedium
in questa zona? Si chiamava Badius,
sostiene
qualche autore, e dette il nome al
praedium
su cui si sviluppò in seguito il casale;
le cose non cambiano se si chiamava
Velleius,
perché il praedium Velleianum si trasformò
in Baianum.
L'attuale Baiano è chiusa a nord dai
monti
d'Avella, a sud dal territorio della
foresta
di Arciano; ad est il Partenio e i
monti
di Monteforte le sbarrano la strada
per Avellino.
Quali le sue lontane origini? Nell'80
a.
C. Silla aveva fatto affluire nel territorio
i suoi veterani e con essi aveva formato
una colonia; i campi, già degli Avellani
furono dati ai coloni sillani che chiamarono
le loro famiglie.
Dopo meno di un secolo, Augusto immette
altri
coloni, che ripopolano le campagne
e costruiscono
ville prediali. Vi si rifugiano poi
gli Avellani
per sfuggire Goti, Ungari e Saraceni,
tra
i monti e le grotte di cui il territorio
era ricco. Sorgono abitazioni nel tredicesimo
secolo, abitazioni e terreni che furono
pertinenza
di Avella: è il primo nucleo di case
rurali
intorno alla villa prediale, e Baiano,
pur
continuando a dipendere dalla baronia
di
Avella, acquista una sua identità e
nei documenti
viene menzionata separatamente.
Quindi, per un certo periodo i Signori
di
Avella sono anche Signori di Baiano,
da Arnaldo
normanno dei primi anni del mille a
Nicola
Giamvilla ed agli angioini Della Leonessa,
da Sergianni Caracciolo a Enrico Orsini
conte
di Nola che nel 1510 creò la Bagliva
di Baiano,
ufficio finanziario, amministrativo
e giurisdizionale,
e pose le basi dell'autonomia; la donò
poi
a Tommaso Mastrilli nobile di Nola.
Giovanni Andrea Doria la comprò nei
primi
anni del seicento e la riunì nuovamente
ad
Avella, che pure aveva acquistata;
i suoi
discendenti la tennero fino all'abolizione
della feudalità. Ma con Avella ci furono
liti annose per il godimento dei demani
faudali
e per gli usi civici, fino al conseguimento
dell'autonomia ed al distacco definitivo.
Tra Nola e Baiano c'era una grande
foresta,
dove, nel corso della guerra punica,
si occultò
con un suo reparto il console Claudio
Nerone
per poter piombare a sorpresa addosso
ad
Annibale, che si muoveva tra Napoli
e Nola.
Perduto l'orientamento a cagione dell'impraticabilità
e dell'intrico fittissimo di piante,
fece
voto di erigere a Giano una edicola,
una
arx Iani; districatosi dalla boscaglia
e
ricongiuntosi con l'altro console Claudio
Marcello, e vinto nella battaglia di
Nola
l'esercito cartaginese, l'edicola-
ricordo
fu eretta, e da allora il bosco si
chiamò
Arciano. Oggi ne resta solo il nome.
Scriveva Gianstefano Remondini nel
settecento
che "Badianum era vetusta e popolata
terra in cui si veggono vestigia di
antichi
monumenti, infrante colonne, tronchi,
busti,
e sminuzzate lapidi di marmo. Situato
in
luogo piano, soggetto a continue alluvioni
per le grandi acque che calano da Summonte,
dalla montagna della Tora, e dalle
altre
di Quadrelle e Monteforte, poco lungi
tiene
i boschi di Arciano e Tuoro abbondanti
di
castagne e querce, e raccoglie molto
frumento
e frutti e vino dalle vigne".
Vi fu costruita la chiesa di Santa
Croce,
in cui avvenne un miracolo nel settecento,
narrato da Enrico De Falco.
Durante un pauroso temporale cheaveva
cagionato
un'alluvione, un fascio di luce improvvisamente
illuminò la' chiesa e un quadro appeso
ad
una parete; era il quadro di Santo
Stefano.
La luce nelle tenebre del temporale
parve
indicare ai fedeli la via dell'uscita.
I
fedeli ne furono impressionati, invocarono
Santo Stefano come loro protettore,
e collocarono
in miglior posizione il quadro, che
poi prese
la via di Sirignano e non é più tornato
a
Baiano.
Venne a cercar proseliti a Baiano il
prete
Menichini, in preparazione della sommossa
del 1820, con scarsi risultati per
l'antica
fedeltà dei Baianesi al sovrano, l'indifferenza
verso gli agitatori e l'impreparazione
politica.
Le sorti di Baiano migliorarono quando
un
tronco ferroviario ebbe qui il suo
termine
e la congiunse più comodamente a Napoli.
Ma bande di briganti infestarono il
territorio
dal settecento alla metà dell'ottocento,
la banda La Gala, la banda Picciocchi.
Era
questi uno strano personaggio, che
rubava
ed uccideva ma leggeva anche l'enciclica
di Leone XII che conservava nel portafoglio;
rimase ucciso in un conflitto con la
milizia
cittadina.
Di due cose i baianesi vanno orgogliosi,
dell'altare in marmi policromi che
si trova
nella chiesa di Santo Stefano, e della
festa
del "maio".
E' il "maio" un grosso albero
(da
maius) che viene abbattuto e innalzato
come
un trofeo dinanzi la chiesa. Il taglio
dell'albero,
il trasporto, l'innalzamento, il depezzamento
finale sono momenti di un rito antico
con
l'unica variante che la festa non è
più in
onore di un nume pagano, come una volta,
ma di un santo cristiano, Santo Stefano.
I falò, gli spari, i lanci di "tracchi"
son sempre quelli. Nell'occasione,
a Baiano,
sparano tutti, con vecchi fucili, armi
permesse,
armi vietate, botti, fino a quando
una nuvola
di fumo si confonde con la nebbia serale.
Anche in qualche paese dell'Alto Adige
vige
l'usanza del palo di maggio (maistanga,
maio);
intorno all'albero, ornato di fiori
di campo
e frasche, si balla, si canta, si mangia,
si festeggia il solstizio di giugno.
E' questa di Baiano, una festa pagana
che
rimonta al culto di Cibele, madre degli
dei,
degli uomini, degli animali e delle
messi,
protettrice dei campi. Il suo culto
si propagò
dalle colonie greche di Napoli e Pozzuoli
fino a Nola, fino a Baiano, fino al
Partenio
dove aveva un tempio. Si portava in
processione
l'albero sacro a Cibele, il pino, simbolo
della giovinezza e della primavera.
Santo
Stefano ha preso il posto di Cibele,
i Baianesi
tripudianti han sostituito i Coribanti,
e
il maio è rimasto.
Il 18 settembre 1943 è un brutto giorno
per
Baiano: cacciabombardieri americani
sganciano
sul paese una decina di bombe e provocano
una strage; la gente, atterrita, per
timore
di altre incursioni, corre a rifugiarsi
trai
monti di Avella e di Quadrelle. Ai
primi
di ottobre una colonna di soldati americani
scende da Monteforte, ed un'altra scende
da Summonte. E' finita la guerra per
Baiano;
è cominciato il dopoguerra.
* * * Sirignano
Sale per breve tratto dalla via maestra
la
strada per Sirignano, che fu casale
di Avella.
Il toponimo deriva dal praedium serenianum,
di proprietà del romano Serenius, una
delle
tante ville rustiche che erano disseminate
nella campagna di Avella. Del praedium
serenianum
non si hanno notizie nell'epoca romana
e
altomedievale, non aveva storia una
semplice
proprietà terriera. Dopo il mille troviamo
un Arnaldo o Arnolfo, normanno, figlio
di
Riccardo d'Aversa, signore di Sirignano
e
anche di Baiano; succedono i suoi discendenti,
per oltre due secoli, fino a Rinaldo
de Avella
al tempo di Federico II, e poi a Guglielmo
de Avella.
Nel praedium erano sorte abitazioni,
il praedium
si era popolato, ed era diventato casale,
il suffeudo Sirinianum.
I Del Balzo e i Giamvilla ne ebbero
il dominio,
come degli altri casali; e Sergianni
Caracciolo,
il potente amico Giovanna II, ne fu
Signore
nella prima metà del quindicesimo secolo;
Isabella Caracciolo trasmise il suffeudo
al marito Raimondo Orsini conte di
Nola.
Passa da una famiglia all'altra e finisce
ai genovesi Doria del Carretto. Dalla
fine
del settecento un discendente dello
spagnolo
Alvaro Garavita un grande di Spagna
venuto
con Alfonso d'Aragona, diventa Principe
di
Sirignano. Il principe Giuseppe Caravita
sul posto del castello dei Caracciolo
della
Gioiosa costruì un sontuoso palazzo
e ne
fece luogo di ritrovo dell'aristocrazia
napoletana.
Il palazzo Caravita, ben conservato,
si articola
intorno ad un giardino; la parte centrale
si affaccia sulla piazza del paese;
ha due
torri laterali e una torre centrale
che sovrasta
il portone d'ingresso, di pregevole
fattura,
con riquadri e decorazioni in legno;
unaloggia
è sopra il portone e, più in alto,
lo stemma
della famiglia, un leone con fascia
e tre
stelle. La torre termina con una merlatura
guelfa, caditoie e beccadelli. Nel
quartiere
Chiaia a Napoli il rione Sirignano
ha preso
nome dai palazzi della famiglia.
Giuseppe Caravita fu "attachè"
del governo piemontese a Parigi col
ministro
Pasquale Stanislao Mancini. Sposata
la bella,
giovane e ricca marchesa Gandara, ritornò
a Napoli e fece del palazzo irpino
un luogo
di festee di ritrovo della società
napoletana.
Dinanzi alla chiesa di S. Andrea si
celebra
anche a Sirignano la festa del "maio",
con qualche variante: sono abbattuti
alcuni
alberi dei boschi circostanti, privati
dei
rami, e portati in processione, trainati
da camion, tra lo sparo assordante
di tracchi
e botti. I tronchi vengono deposti
in piazza,
dove rimangono finché non sono venduti;
il
ricavato serve per la festa. Il falò
in piazza
è acceso la sera precedente. Il palazzo
che
fu sede del Municipio, fu costruito
da Carlo
Vanvitelli. Dal 1861 Sirignano, dopo
aver
conseguito l'autonomia amministrativa,
fa
parte della provincia di Avellino,
come gli
altri paesi e casali del nolano fino
alla
barriera del Partenio.
* * * Quadrelle
Altro casale fu Quadrelle, poco distante
da Sirignano, su un ripiano che scende
dal
Ciglio di Avella. Vi si trovano tracce
di
epoca romana, c'era un antico castello,
e
in età normanna intorno al castello
gli abitanti
costruirono le loro case, che formarono
un
casale.
Un cavaliere normanno pose la sua abitazione
in un edificio con quattro torri, situato
dove ora è la casa Pagano. Queste quattro
torri della casa fortezza figurano
nello
stemma civico, e, secondo alcuni, dettero
il nome al casale. Tommaso Scillato
ebbe
in suffeudo da Carlo Il d'Angiò il
casale
di Quadrelle, la cui storia si confonde
con
quella di Avella, fino Ala costituzione
in
comune autonomo nel secolo XVI. Francesco
Scandone invece riconduce il toponimo
alle
"quadrellae", frecce a quattro
punte che gli antichi abitanti costruivano
con il legno dei boschi del Partenio,
o anche
ai pugnali quadrangolari che pure vi
si fabbricavano.
Dal 1567 Quadrelle appartenne alla
Casa dell'Annunziata
di Napoli, che l'aveva acquistata e
che vi
costruì la chiesa che ancora porta
il nome
della Santissima Annunziata.
Le rovine del castello furono utilizzate
nel cinquecento per il palazzo baronale
della
famiglia Pagano, notevole per i molti
alberi
secolari e peri giardini che lo circondano.
* * * Mugnano del Cardinale
"Lumena - pax te - cum. fi"
Nel territorio da Avella a Mugnano
si stendeva
la folta foresta che si chiamò dell'arx
Iani,
e quindi Arcione, per un'ara dedicata
a Giano
dal console romano Claudio Nerone,
che vi
si era sperduto durante le operazioni
contro
Annibale. In fondo alla valle che comincia
ad Avella, prosegue per i territori
di Sperone
e Baiano lungo la costiera del Tavertone
e del Morricone, e si restringe nella
gola
del Gaudio, si trova Mugnano, sotto
i bastioni
di Monteforte e la muraglia del Partenio.
A ridosso c'era una volta il castello
del
Litto, di cui, nei primi anni del secolo
scorso, si vedevano gli spalti delle
torri
e le torricelle, le mura di cinta ed
un cunicolo,
oggi ridotti ad informi macerie. Si
è favoleggiato
di un tempio al dio Lydus, eretto da
una
colonia di Lidii o di cittadini di
Lyctos,
città cretese, ma le ipotesi sono prive
di
fondamento storico; più verosimile
è che
alcuni avellani vennero a stabilirsi
sull'amena
spianata, tra il quinto e il quarto
secolo
a. C. e che, successivamente, in epoca
tardomedioevale
fu costruito un castello per controllare
il passo del Gaudio, castello oggi
scomparso.
Ma già prima che gli Avellani vennissero
a stabilirsi sulla spianata, questa
era frequentata
dai Greci di Cuma e Napoli che vi avevano
costruito un tempio dedicato a Cibele,
come
quello sul Partenio. A Cibele, "alma
parens dei" subentrava a Montevergine
la Gran Madre di Dio. Il castello del
Litto
sorse quando nella valle muniacense
le sparse
popolazioni di Pontemiano, Campigliano,
e
Quadrelle formarono un suffeudo, soggetto
ad Avella. Ora come allora, la valle
che
si apre a ventaglio verso la Terra
Laboris,
è ricca di frutta, ortaggi, cereali
e vino,
la collina è piantata a castagni e
olivi,
i monti sono coperti di faggi.
Nella valle si erano stabilite alcune
famiglie
soggette al Signore di Monteforte,
all'inizio
dell'epoca normanna, intorno alla "laura"
di Santa Maria ed alla dimora del gasindo
longobardo.
Il personaggio che dette nome al casale
fu
Munius, antico e facoltoso proprietario
di
terreni del praedium munianum, in cui
era
una "mansio" per il riposo
dei
viandanti, mansio divenuta "il
maisone".
Gli abitanti del Litto, divenuta più
tranquilla
la situazione, cominciarono a scendere
a
valle e ad abbandonare una residenza
scomoda
e isolata, specie quando Carlo d'Angiò
restaurò
la via che congiungeva Napoli alle
Puglie.
Tra Avellani, Longobardi, Normanni,
Angioini,
le precise notizie storiche difettano,
anche
perché Mugnano ebbe consistenza e autonomia
piuttosto tardi. Sappiamo però che
Rinaldo
conte di Avella, personaggio ragguardevole
della corte angioina, riuscì ad unificare
sotto la sua signoria un notevole territorio
tra Avella e Salerno, comprendente
il castello
Litto ed il casale di Pontemiano, che
poi
donò a Tommaso Scillato di Salerno
come suffeudio;
il figlio di questi, Riccardo, cedette
il
suffeudo al Monastero di Montevergine,
che
andava acquistando importanza, nei
primi
anni del trecento. Nicolò Orsini conte
di
Nola ottenne in fitto le terre di Litto,
Pontemiano e Quadrelle, ed alla fine
del
trecento le incorporò nella baronia
di Avella
unitamente a Monteforte.
Le sorti di Mugnano, frattanto organizzata
a universitas, si intrecciano con quelle
di Raimondo Orsini, marito di Isabella
Caracciolo
ed alleato di Marino della Leonessa
in una
guerra alla Badia di Montevergine;
il Papa
Martino V fulminò di scomunica gli
usurpatori
e fece restituire le terre usurpate
alla
Badia. Allora il territorio divenne
un feudo
della Badia di Montevergine, e nei
documenti
venne indicato con il nome di Mugnano,
"homines
casalis Mugnani".
Nel quattrocento l'abate feudatario,
Palamides,
lo alienò al cardinale Ugone Lusignano,
cognato
della regina Giovanna II, e Mugnano
entrò
nella Commenda di Montevergine. Era
la Commenda
un istituto ecclesiastico per cui una
chiesa
e un beneficio, privi di titolare,
venivano
affidati, "commendati", ad
un personaggio.
Il Cardinale Commendatario governava
Mugnano
attraverso suoi delegati, anch'essi
monaci,
e Giovanni d'Aragona, commendatario
dal 1466
al 1485, figlio del re Ferdinando d'Aragona,
fece costruire il vasto edificio che
si chiamò
Palazzo del Cardinale, dando nome al
rione
che cresceva intorno, Cardinale. Fu
Giovanni
d'Aragona a rinvenire casulamente sotto
l'altare
di Montevergine il corpo di S. Gennaro,
lì
nascosto per sottrarlo a pericoli di
trafugamenti
e danneggiamenti; ; il suo successore
Oliviero
Carafa lo farà trasferire a Napoli
nel 1497,
vincendo l'ostinata opposizione dei
monaci.
Il Palazzo del Cardinale col tempo
si trasformò
in foresteria, la taverna del Procaccio.
Abate Commendatario era divenuto Ludovico
d'Aragona, nipote del re Ferdinando,
il quale
vendette la Commenda alla Casa dell'Annunziata
di Napoli, a metà del seicento. La
Casa dell'Annunziata
tenne in Commenda Mugnano, Cardinale
e Quadrelle
sino alla fine del feudalesimo.
Tra il secolo XVII e XVIII Mugnano
ebbe il
suo maggiore sviluppo edilizio lungo
la via
per le Puglie, che Carlo III re di
Napoli
nel 1757 fece riattare e riparare,
come già
aveva fatto Carlo d'Angiò. Per memoria
fu
costruita la fontana che si dice del
Gaudio:
una fascia quadrangolare con scritta
dedicatoria
e un grande stemma; due volute raccordano
la fascia a due rozzi obelischi, alcune
cannelle
versano acqua in una vasca, dove per
molti
anni si abbeveravano le bestie; presso
la
fontana di Carlo III si riposavano
i viandanti
prima di affrontare la salita di Monteforte;
al di sopra, un fastigio curvilineo
è in
mezzo a due obelischi, di minor dimensione
di quelli sottostanti. Dice la lapide
che
Carlo III costruì la fontana affinché
i viandanti
si rinfrescassero con l'acqua ("ut
anhelos
ex ascensu arduo viatores salubritate
sua
refrigeret").
Ai lati della Via Regia molti edifici
sono
stati costruiti, con un certo decoro,
edifici
che sono segni di un benessere che
Mugnano
ha tratto non solo dai suoi prodotti
agricoli
ma anche dalla sua posizione, lungo
la strada
frequentatissima per il passaggio di
merci
e persone, sotto lo sfondo dell'alberata
collina.
Sorgeva sulla costa del Morricone una
sontuosa
villa romana, la Caesarana, di cui
rimangono
pochi avanzi, cunicoli, bagni, pilastri.
Chi era questo Cesarano? Forse un seguace
di Cesare o di Augusto, come si rileva
da
un'iscrizione sepolcrale, rinvenuta
da Giovanni
Picariello, celebrante Quinto Calidio,
questore
al tempo di Augusto, e sua moglie Clitonia
Amarillide.
Un cippo rinvenuto nei sotterranei
della
parrocchia ricorda Mario Cadio, detto
Celere,
che fece il sepolcro anche per suo
padre
Caio Cimbro e per suo fratello Caio
Rufo,
forse discendenti di quei Cimbri che
Mario
aveva accolto nel suo esercito.
Nella chiesa di San Pietro e Paolo
operò
per molto tempo Don Michele Trabucco,
missionario
di SanVincenzo, dedito alla "rigenerazione
del clero ed alla protezione delle
plebi";
accanto alla chiesa costruì un oratorio
ed
una biblioteca. Era uno strano e patetico
personaggio che mandava in giro per
il paese,
di notte, qualche suo confratello per
recitare
preghiere ad alta voce, la voce del
"sentimento
notturno".
La chiesa parrocchiale di Mugnano si
trova
dove sorsero le prime abitazioni del
paese,
là dove si riunirono gli abitanti dei
borghi
del Litto, di Campigliano e di Pontemiano;
lì c'era una "laura", la
"laura
di Santa Maria", una di quelle
colonie
di anacoreti che vivevano in capanne
separate,
uno di quei villaggi di eremiti che
dalla
Palestina si diffusero in Europa.
La vecchia chiesa di Santa Maria, distrutta
da un incendio, fu riedificata nel
quindicesimo
secolo. In una delle sue cappelle c'è
un
bel quadro attribuito a Fabrizio Santafede,
pittore napoletano del seicento; nella
stessa
cappella c'è il sepolcro di tre fratelli
Sirignano. Due statue di legno, provenienti
dalla chiesa di San Giacomo, già abbandonate,
poi opportunamente restaurate, sono
ulteriore
testimonianza del patrimonio artistico
di
Mugnano.
La chiesa di S. Maria delle Grazie,
dove
c'è la cappella di Santa Filomena,
risale
pure al seicento. L' "altissimo
e magnifico"
campanile, come lo chiama De Lucia,
è ridotto
in più modeste proporzioni dopo una
sua rovina;
il soffitto, dorato e dipinto, è opera
di
Mozzillo, artista settecentesco baroccheggiante.
In campagna, nella zona Archi, si vedono
ancora i ruderi della chiesa di San
Silvestro.
Da questa chiesa proviene la statua
di San
Silvestro, che attualmente si trova
nella
chiesa di Maria Santissima di Montevergine.
Non so spiegarmi le ragioni del culto
di
San Silvestro a Mugnano. San Silvestro
è
il pontefice con cui si inizia il dominio
temporale dei Papi; nel medioevo si
dava
credito alla donazione di alcune terre
che
l'imperatore Costantino avrebbe fatta
a papa
Silvestro, da cui ebbe il battesimo.
Dante
era ancora indignato con Costantino
per "quella
dote / che da te prese il primo ricco
patre"
(Inferno, XIX, v. 116-117)
Tra le famiglie cospicue di Mugnano,
la famiglia
Rega, a partire dalla fine del seicento
ebbe
amministratori comunali, parroci, e
Giovan
Battista Rega, giudice ad Avella, Intendente
ad Avellino, Bari, Matera, Direttore
generale
di Polizia (era bruttissimo di aspetto,
tanto
che Ferdinando II in visita a Mugnano
mormorò
alla moglie "Teré, vi cumm'è brutto
Rega); un altro Rega, Giuseppe, nel
1861
fu eletto deputato al Parlamento di
Torino,
fu Sindaco, Consigliere Provinciale
di Avellino,
attivissimo nella lotta al brigantaggio
e
nella cattura del capobrigante Turri-Turri
che infestava la zona, amico di De
Sanctis,
di Michele Pironti, di Giovanni Nicotera,
di Agostino De Pretis, infine senatore
del
Regno.
Tragico e insanguinato fu il 1799 per
Mugnano.
Nonostante la fedeltà alla Badia ed
alla
Casa dell'Annunziata, i "patrioti
Mugnanesi"
eccitarono i cittadini alla rivolta,
capeggiati
da Matteo Vasta e don Tommaso Vasta
che sarà
rappresentante della Terra di Lavoro
nell'assemblea
napoletana del 1820.
Quando giunse a Mugnano la notizia
che i
francesi avevano costituito a Napoli
la Repubblica
Partenopea, i "Patrioti Mugnanesi"
piantarono nel rione Archi l'albero
della
libertà e crearono un municipio repubblicano.
Ma altri mugnanesi, impressionati dalle
notizie
che giungevano dalla Francia e dai
saccheggi
che i Francesi facevano a Napoli, fecero
una "insorgenza", e tre "insorgenti"
furono tradotti a Napoli e fucilati.
Avanzando verso Napoli il cardinale
Ruffo,
i Borbonici presero coraggio, abbatterono
gli alberi della libertà, perseguitarono
i repubblicani, rioccuparono Mugnano,
intrappolarono
la "Colonna Campana" del
maggiore
Spanò, ne uccisero i componenti nel
vallone
del ponte. La gente fuggiva, le campane
suonavano
a stormo, accorrevano mercoglianesi
e montoresi,
una carneficina di repubblicani fu
fatta
a Ponticello di Cardinale; alcuni si
aggiravano
tra i cadaveri, altri piangevano i
loro morti,
centocinquanta repubblicani finirono
i loro
giorni nella gola del Gaudio; ma anche
i
borbonici caddero insieme con i repubblicani,
e il cardinale Ruffo potette avanzare
tra
i cadaveri, il 10 giugno 1799.
Scrisse Carlo Botta che la gente era
contenta
di "vivere sotto quell'imperio
che dalla
sorte era loro proposto", non
era preparata
ad accogliere le idee della Rivoluzione,
vedeva e temeva le sopraffazioni francesi.
* * *
Non si può parlare e scrivere di Mugnano
senza parlare o scrivere di Santa Filomena.
Una stradina alberata si distacca dalla
via
Regia, e porta diritto al Santuario,
semplice,
affiancato da due basse torri campanarie;
è intitolata a Francesco De Lucia,
il sacerdote
mugnanese che portò qui le spoglie
della
santa.
La storia di S. Filomena è una storia
strana.
Nell'anno 1805 un sacerdote di Mugnano,
don
Francesco De Lucia, trovandosi a Roma,
ottenne
dal Conservatore delle Sacre Reliquie
di
poter trasportare al suo paese il corpo
di
un martire. Recatosi nelle catacombe
di Priscilla,
sulla via Salaria, scelse un corpo
custodito
in una cassetta di legno. La cassetta
conteneva,
oltre ad alcune ossa, un'ampolla con
tracce
di sangue. Usavano i primi cristiani
conservare
queste ampolline insanguinate, a ricordo
del martirio subìto dal fedele martirizzato.
La cassetta era collocata in una nicchia,
e la nicchia era segnata da una scritta
su
tre pezzi di argilla. I tre pezzi erano
stati
collocati in modo da poter leggere
le parole
"Lumena//Pax Te//Cum Fi";
sulle
tavolette di argilla alcuni segni rappresentavano
un'ancora, una freccia, un flagello,
una
palma, un giglio, cioè i segni del
martirio,
il trionfo della vergine martire, e
un annegamento.
Si congetturò che il martirio fosse
stato
subìto al tempo della persecuzione
di Diocleziano,
nel terzo secolo. Bisognava interpretare
la scritta. "Pax tecum" era
il
saluto dei cristiani al defunto. E
il resto?
Si congetturò che l'operaio sterratore,
per
imperizia o ignoranza, non avesse collocato
con ordine i tre pezzi di argilla,
perché
avrebbe dovuto mettere il primo di
essi all'ultimo
posto, in modo da poter leggere "Pax
Te// Cum Fi// Lumena.
Il buon parroco ebbe così alcune sacre
reliquie,
attribuì ai resti del misero corpo
un nome,
quello di Filomena, e se ne tornò al
paese
il 1° luglio 1805.
Nel viaggio di ritorno fece tappa a
Napoli
e si fermò in casa di don Antonio Terres,
libraio alla strada San Biagio. Qui
il contenuto
della cassetta fu attentamente osservato,
e si arguì che trattavasi del corpo
di una
fanciulla di dodici o tredici anni.
Le ossa,
esili e fragili, vennero collocate
in un
busto di cartapesta; il busto venne
coperto
di ricche vesti; il capo venne sistemato
in una teca. La "Relazione istorica"
redatta dallo stesso don Francesco
De Lucia,
stampata nel 1831, riporta testualmente:
"Fu vestita di un abito di seta
color
bianco con sopravveste rossa, simbolo
l'una
e l'altra della virginità e del martirio;
nel capo le fu adattata una capellatura
di
seta color castagnino scuro, e sopra
di essa
si pose una ghirlanda di fiori di canutiglie
germaniche; nella destra stringeva
una freccia
con la punta rivolta verso il cuore,
e nella
sinistra la palma e il giglio. Abbigliato
così, il corpo di Santa Filomena fu
collocato
dentro un'urna d'ebano, ed, essendo
questa
alquanto angusta, si dové il sacro
corpo
adagiare giacente su un lettino di
seta rossa
con due somiglianti guancialetti al
capo,
e in quella positura elevavansi sensibilmente
le ginocchia".
Povera Filomena: prima il martirio,
poi l'adattamento
del nome, poi l'urna stretta, poi la
positura
scomoda con le ginocchia sollevate!
Eppure, così vestita, così adagiata,
piacque
moltissimo.
Il 9 agosto di quel 1805 ebbe luogo
la traslazione,
tra una folla strabocchevole venuta
da Nola,
Sperone, Baiano, Quadrelle, con indescrivibile
entusiasmo. L'urna fu collocata nella
chiesa
di Santa Maria delle Grazie di Mugnano,
e
il culto assunse subito dimensioni
straordinarie,
propagandosi non solo tra i paesi dell'Irpinia,
ma anche in Basilicata, Terra di Lavoro,
Puglia, Umbria. Finanche in Francia
furono
eretti Santuari in suo onore, a Sempigny
e ad Ars (dove fu cara al curato di
Ars),
nella Spagna, in Austria, Germania,
e anche
in America, dove il culto fu diffuso
dagli
emigranti. Sicché non mi sono meravigliato
quando ho visto la sua immagine in
un'edicola
situata in un maso di Costalovara,
sull'altipiano
del Renon.
Nella chiesa di Mugnano, che poi divenne
il Santuario di Santa Filomena, fu
apposta
questa lapide sul basamento dell'altare:
"Hi tres lateres / Ossa divae
Philumenae
V. et M. / fere XV saeculis tumulata
/ servarunt".
Sul muro di destra vedo un'altra lapide:
"Haec superposita inscriptio Sanctae
Virginis et Martyris Philumenae adstabat
ante eiusdem sepulcrum in catacumbis
urbis
almae Romae. Hoc sacrum venerandum
et valde
singulare monumentum symbolis et figuris
martyriorum refertum eisudem Martyris
sacellum
fuit donatum et huc missum die IV augusti
reparationis nostrae MDCCCXXVII".
In un vano della cappella una custodia
di
argento dorato conserva l'ampolla con
le
tracce di sangue, donata da Maria Teresa
d'Austria, seconda moglie di Ferdinando
II
di Borbone. E cominciarono le visite
e le
donazioni.
Vennero a Mugnano per adorare Santa
Filomena
la regina Maria Isabella moglie di
Francesco
I, la regina di Francia Amalia Borbone
moglie
di Luigi Filippo, la regina Maria Cristina
di Sardegna vedova di Carlo Felice,
l'Infante
di Spagna, l'imperatrice del Brasile
Maria
Teresa, il re Ferdinando II e la sua
prima
moglie Maria Cristina di Savoia, che
volle
fondarvi un educandato.
Si legge nel processo di beatificazione
che
questa regina "pari cultu et devotione
ferebatur in S. Philumenam, ad eam
honorandam"
Vi accorsero vescovi, arcivescovi,
cardinali,
e lo stesso Pontefice Pio IX, in un
tripudio
popolare, il 7 novembre 1849.
Vennero narrati e raccolti miracoli,
si ebbe
anche un movimento "filomeniano",
si scrissero opuscoli (come quello
di Dumas),
si scolpirono statuine come quella
fatta
dal Dupré. Anche Benedetto Croce le
dedicò
un opuscolo nel 1931, in cui, dinanzi
alla
narrazione dei tanti miracoli, aggiunge
che
la Chiesa sta a vedere, lascia fare,
sempre
accorta e cauta.
Ci si ferma a guardare il simulacro,
quella
strana positura della santa sdraiata
sul
fianco, i cuscini di velluto, e fiocchi,
perle e collane ed ex voto. Il culto
è diventato
fanatismo, nonostante le riserve che
ne fecero
gli studiosi De Waal, Delahaye, Marucchi,
a proposito delle tegole rinvenute
nella
catacomba e dell'indentificazione del
corpo
fatta dal De Lucia. Alla fine, la Sacra
Congregazione
dei Riti, nel 1961, ha tolto dal calendario
liturgico il nome di Santa Filomena
(documento
AAS, LIII).
Ma i Mugnanesi e i devoti sparsi nel
mondo
continuano nel culto e nella devozione,
e
continuano a costruire torri ornate
di gigli,
continuano a danzare ritmicamente dinanzi
alla statua. Non c'è contraddizione,
perché
la credenza nell'intercessione dei
santi
è uno dei modi per collegarsi con Dio.
Appartengano quelle ossa a S. Filomena
o
ad altra martire cristiana, ci sia
o no una
decisione della Congregazione dei Riti,
migliaia
di ragazze irpine continuano a chiamarsi
Filomena, e la devozione rimane salda
negli
animi. Il bisogno di credere, di aver
fiducia
in Dio, di cercar rifugio contro le
traversie
del quotidiano, fanno il resto, e le
contadinotte
irpine vengono sempre qui, cantano
e pregano.
Questa è il miracolo della santa misteriosa.
Mi piace sostare in questa bella campagna.
Ad un tratto odo un succedersi di strofe
musicali, lamentevoli, con brevi pause
e
rapide riprese. E' un usignolo, fra
gli arbusti.
Questo canto mi riporta alla storia
di Filomena.
Benedetto Croce osservò che la seduzione
esercitata dal nome Filomena poteva
derivare
dal suo accostamento con "filomela",
nome greco dell'usignolo.
Ovidio trattò delle trasformazioni
di Progne
in usignolo, nel sesto libro delle
Metamorfosi.
Tèreo di Tracia aveva sposato Progne,
ed
era nato Iti. Ma Tèreo fu sconvolto
da una
passionaccia per Filomela, sorella
di Progne,
e la violentò. Invano si oppose Filomela,
perchè Tèreo "le afferra la lingua,
gliela attanaglia, e la mozza col ferro
crudele;
tremava il mozzicone, la parte troncata
giaceva
e guizzava su l'atro suol, qual coda
di serpe
recisa".
L'atto violento scatena la vendetta
delle
sorelle, che uccidono Iti, "le
membra
sbranano che palpitavan ancora, non
morte
del tutto" e all'ignaro Tèreo
"imbandiscono
la mensa con quelle carni". Dov'è
Iti?
chiede Tèreo. "Quello che brami
l'hai
dentro di te", rispondono. Questa
crudeltà
non lasciarono indifferenti gli Dei.
Progne
fu tramutata in usignuolo, e volò nelle
selve;
Filomela fu tramutata in rondine, e
riparò
sui tetti; Tèreo fu trasformato in
uccello
con becco lunghissimo e cresta sul
capo,
l'upupa.
Questo è il mito antico, riportato
da Ovidio.
Filomela, diventata rondine, svolazza
sui
tetti, scende come saetta fino a terra,
rapida
s'innalza, garrisce, ma non canta,
perché
le fu tagliata la lingua.
E' suggestiva l'ipotesi di Croce che
riferisce,
riportando dalla Relazione di don Francesco
De Lucia: "La dolcezza particolare
e
soave del nome Filomena, la greca e
latina
erudizione che l'accompagnava nelle
favole
dei poeti... gli accendevano lo spirito"
e la voce di Filomena lo incitava ad
"accettare
il suo corpo con quel bel nome soave
ed amabile".
La seduzione esercitata dal nome e
dai ricordi
umanistici era evidente nel buon prete,
che
fu ben lieto di attribuire al corpicino
trovato
nella catacomba il nome che somigliava
a
quello dell'usignuolo, "filomela".
In onore e in ricordo di Santa Filomena
Mugnano
ha riesumato un'altra tradizione, quella
dei "battenti". Nella seconda
domenica
di agosto, molti devoti della santa
mugnanese
percorrono, a piedi nudi ed a passo
di corsa,
alcuni chilometri, senza mai fermarsi;
se
devono fermarsi, continuano a battere
il
passo. Perciò si chiamano "battenti".
Hanno un caratteristico costume: canottiera,
mutanda, fascia rossa a tracolla, e
un cero
in mano; si fermano solo davanti alla
scala
che porta al Santuario, e in ginocchio
la
salgono e si avvicinano all'altare.
L'esaltazione
religiosa contamina anche i bambinbi,
che,
vestiti da "battenti", seguono
gli adulti nella caratteristica danza.
Un'altra strana storia era diffusa
a Mugnano,
la storia di un processo alle cavallette,
riportata in un libro di Memorie di
don Pietro
Foglia e ripetuta da don Picariello.
Nel
1640 uno stuolo di cavallette produsse
enormi
danni alle coltivazioni; viste vane
le preghiere
e i tridui, si convocò un Tribunale
di Giustizia,
cui non fu estraneo il Vescovo. Le
cavallette
furono condannate all'esilio su Monte
Somma,
e "come Dio volse, le cavallette
si
ritirarono, lasciando distrutti i raccolti".
Non prendetevela con Mugnano, perché
di processi
contro defunti e contro animali sono
piene
le storie di molti paesi.
cfr.
Gennaro Ippolito, Santa Filomena V.
e M.
, Dell'Italia 1870
Benedetto Croce, Santa Filomena, Ricciardi
1931
Giovanni Picariello, La valle Muniacense,
Graficamodeo 1995.
Giovanni Picariello Mugnano Cardinale
nel
tempo, Banca di Roma 1993
Gennaro Ippolito, Memorie e culto di
S. Filomena,
Napoli 1870
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