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Non fu semplice trovare Vallon dell'Erro.
<<Cos'è?... Dov'è?...Mai sentito
nominare!>>
furono le risposte che raccolsi in
giro,
la prima volta che andai alla sua ricerca.
<<Mio Dio, dove mi trovo!?!>>
pensavo con ansia.
Dopo un paio di ore di inutile ricerca,
tornando
e ritornando negli stessi luoghi, finalmente
una guardia forestale, avanzata negli
anni
e in borghese, salì in macchina e mi
accompagnò
laddove già ero stato inutilmente un
paio
di volte.
Solo in seguito capìi perché nessuno
conoscesse
Vallon dell'Erro. Per la gente del
luogo
si chiamava semplicemente "Via
Bassomanno"
dal nome dell'unica strada che l'attraversava.
Due massaie si avvicinarono, incuriosite
dalla mia presenza. Io mi presentai
e chiesi
subito della scuola.
<<Puccio... Michele!>>
chiamò
una delle due ad alta voce. <<Venite.
C'è lu maestro nuovo!>>
Fui subito circondato da un nugolo
di ragazzi,
una parte dei futuri alunni. Chiesi
i loro
nomi.
<<Rosanna... Puccio... Nicolina...
Ermelinda... Celeste... Michele...
Silvano...
Rocco... Fioldisa.>>
Presi sottobraccio Michele e Silvano,
i due
più piccoli, e mi feci accompagnare
a scuola.
Trevico, lassù in alto, dominava la
valle
e dalla cima della montagna sorvegliava
i
suoi figli come una madre premurosa.
La scuola era a metà collina, sul versante
orientale, magnificamente esposta al
sole
fino alle prime ore del pomeriggio;
ed ospitava
gli undici scolari della piccola borgata
in una pluriclasse unica.
Una sola stanza al primo piano di una
casa
di emigranti messa a nuovo con i fondi
del
terremoto, con un balcone a due battenti
ed uno stambugio senza luce e senza
aria
sul secondo pianerottolo della scala
destinato
a bagno, con una tazza di ceramica
bianca
senza coperchio e senza scarico. Naturalmente
senza lavandino e senza acqua corrente!
* * *
Al sorgere del sole, via Bassomanno
si animava
come un formicaio. Grandi e piccoli,
uomini
e bestie, tutti al lavoro; ad ognuno
un compito
preciso. Zì Puccio, il più vecchio,
era sempre
il primo a rompere il silenzio dell'alba
con regolare abitudine. Usciva con
in testa
un vecchio cappello, faceva un giro
per l'aia
sotto il pergolato respirando l' aria
fresca
del mattino e, dopo un lungo sbadiglio
accompagnato
da un ampio stiracchiamento delle braccia,
si accomodava sul muretto scalcinato
per
fumare un pizzico di tabacco che avvolgeva
accuratamente e con abili movimenti
delle
dita in una sottile cartina bianca
che poi
incollava bagnandola sulla lingua.
Puntualmente nella stalla rintronava
un lungo
e sgradevole raglio che echeggiava
per tutta
la valle, dando il segnale di inizio
a un
simpatico concerto di voci che gareggiavano
per mostrare tutta la potenza delle
corde
vocali o la ricchezza delle modulazioni.
Cominciavano i cani ad abbaiare isolatamente
per continuare, poi, tutt' insieme
a latrare
in un crescendo festoso che si sovrapponeva
al gloglottìo dei tacchini e dei pavoni,
al gru gru delle tortore e al tubi
tubi dei
colombi. Le galline, razzolando nell'
aia
assodata, bezzicavano semi e insetti
con
aspri coccodè, mentre il maiale grufolava
in terra in cerca di cibo grugnendo
con sgradevole
voce. Le oche, con la solita goffa
andatura
anserìna, delimitavano il loro territorio
schiamazzando ininterrottamente e rincorrevano
gli sfortunati invasori pizzicandoli
inesorabilmente
e mettendoli in fuga con forti gemiti.
Su
tutte alti si levavano i prolungati
chicchirichì
dei galli dall' ugola d' oro che si
rincorrevano
di pollaio in pollaio fino a perdersi
dietro
l' ultima masseria. A quel punto, infastidite
e scorbellate, le vacche mettevano
tutti
a tacere con muggiti eloquenti. Ma
il silenzio
durava pochi attimi! La musica riprendeva
come sempre e con più gagliardìa.
Alle sette in punto il rombo assordante
del
trattore di Varchetti dava la sveglia
ai
più piccoli che in un baleno si mettevano
all' opera. Silvano ed Elia correvano
a pulire
il pollaio, mentre Mario e Fioldisa,
più
grandicelli, cacciavano il letame dalla
stalla
e con una vecchia carriola lo portavano
dietro
il porcile. Saverio, che abitava nella
casa
vicina, portava fuori il suo cavallo,
un
purosangue fulvo dalla lunga criniera
che
egli amava più di ogni altra cosa;
lo strigliava
accuratamente e lo lasciava libero
dopo averlo
accarezzato sulla schiena. Il piccolo
Puccio,
invece, che abitava di fronte, si divertiva
a rincorrere le galline, che saltavano
sul
piccolo melo per non farsi spennare,
o lanciava
calcioni alle povere oche dai movimenti
lenti
e pesanti.
Il vecchio volpino bianco di Zì Puccio
scorrazzava
felicemente da un' aia all' altra e
dava
il buongiorno a tutti saltellando e
abbaiando,
fino a scontrarsi con il setter inglese
di
Saverio, che non ammetteva ospiti indesiderati
nel suo territorio. Si scatenava sistematicamente
una furibonda lotta che si concludeva
sempre
con la fuga a gambe levate del piccoletto
nella stalla più vicina, dalla quale,
ormai
al sicuro, digrignava i denti al nemico
incurante
e ringhiava minacciosamente.
Alle sette e mezza, Ernesto provava
a mettere
in moto la sua vecchia seicento bianca
senza
paraurti. Volavano bestemmie e imprecazioni!
Ma a farla partire era sempre la spinta
dei
familiari, i quali poi sbuffavano come
mantici
per lo sforzo intenso e brontolavano
parolacce
a mezza voce.
Donna Concetta, intanto, usciva sul
balcone
per battere i tappeti e chiamava le
due nipotine
che dormivano nella casa accanto.
<<Giuseppinaaa!... Ermelindaaa!...
Svegliatevi!...>>
E giù violenti colpi col battipanni.
<<Wagnardelle!... E' tardi!...
Fra
poco arriva lu maestro!... Benedetta
televisione!>>
L' ultimo a svegliarsi era sempre Rocco,
il fratello di Gerardina, strapazzato
dalla
lingua sacrilega di Santino, già ubriaco
e barcollante.
* * *
Alle otto e trenta, alla vista del
maestro
che arrivava a piedi o con la v ecchia
cinquecento
da Vallesaccarda (dove aveva fittato
una
stanza ammobiliata), gli scolari buttavano
all' aria zappe e pale e correvano
a scuola.
Silvano spesso si presentava con gli
stivali
sporchi di letame. Ci volle più di
un mese
per fargli capire che doveva pulirli
prima
di partire da casa.
Per quei ragazzi la scuola era l' unico
momento
veramente bello della giornata. L'
aula offriva
l' occasione per vivere insieme, per
trascorrere
quattro ore lontano dal lavoro, per
conoscere
cose nuove, per scoprire le meraviglie
del
mondo nascoste nei libri come tesori
in uno
scrigno. Grande era la voglia di capire,
di imparare, di violare i confini di
Vallon
dell'Erro e di guardare di là dall'
orizzonte.
La loro voglia di studiare mi aiutò
a gestire
un' organizzazione scolastica insolita
per
me che venivo da lontano, dalla pianura.
A Vallon dell'Erro c' erano solo undici
alunni
per una pluriclasse di montagna, dove
il
maestro doveva coordinare e armonizzare
il
lavoro diverso di quattro classi, dove
il
più piccolo imparava dal più grande
e il
più grande arricchiva il proprio bagaglio
di esperienza insegnando ai più piccoli
e
aiutandoli ad affrontare quelle difficoltà
che essi già avevano superato. Non
c' era
competizione, né rivalità, ma solo
il piacere
di scalare insieme la montagna del
sapere.
Undici alunni: undici note musicali
scritte
su un pentagramma per una piacevole
armonia!
Quasi ogni mattina, prima di entrare
in classe,
accompagnavo gli alunni al vicino pozzo
per
attingere l'acqua necessaria nel bagno
per
i bisogni giornalieri. Mario e Saverio,
i
più forti, tiravano il secchio di legno
con
una vecchia corda di canapa che spesso
fuoriusciva
dalla carrucola semiarrugginita e si
inceppava.
Bisognava, allora, far scivolare il
secchio
giù nel pozzo per rimetterla a posto.
Era
una faticaccia, ma si divertivano ugualmente!
Due alla volta portavano l' acqua con
un
secchio più grande nel bidone di ferro
sistemato
davanti alla porta del bagno. Quando
le condizioni
atmosferiche erano favorevoli, facevamo
una
provvista maggiore di acqua, affinché
potesse
bastare anche per i giorni in cui era
difficile
l' approvvigionamento.
* * *
Le prime settimane furono difficili.
I più
piccoli usavano solo il loro dialetto:
un
misto di lingua irpina e pugliese con
accenti
e cadenze che il mio orecchio si rifiutava
di ospitare. Io non capivo quasi niente
e
dovevo ricorrere continuamente all'
aiuto
deipiù grandi che traducevano in un
italiano
più comprensibile.
<<Maestro, ma tu sei sordo?>>
mi chiedeva ridendo Rosanna, la più
grande.
<<Haddina!... Haddina!...>>
ripeteva
con insistenza Ermelinda, sillabando
per
farsi capire. <<Ha-ddi-na!>>
<<Hiddu non capisce niente, wuagnardi!>>
diceva Michele, ingenuamente, colpito
dalle
smorfie che si stampavano sul mio viso.
Alla fine registrai una lunga conversazione
in dialetto e, di pomeriggio, un amico,
tra
un caffè ed un bicchiere di vino, mi
aiutò
a decifrare il loro linguaggio. Così
diventò
più facile dialogare e insegnare!
* * *
Una mattina, verso le dieci, bussarono
alla
porta dell'aula.
<<Buon giorno, maestro.>>
<<Buon giorno, Sabatino.>>
Era il padre di Rocco, tutto scapigliato
e barcollante. Notai subito sul viso
alcuni
solchi ancora sanguinanti, tracciati
sicuramente
con le unghie dalla moglie in un combattimento
mattutino. Aveva un bastone di castagno
in
mano e negli occhi un'espressione allucinata.
Ebbi un attimo di smarrimento!
<<Maestro, scusate tanto se vengo
a
disturbare!>> mi disse con quel
suo
dialetto indecifrabile e con voce tremante.
Era completamente brillo!
<<Dobbiamo parlare un po'.>>
<<Prego, accomodatevi!>>
risposi,
dopo aver ripreso fiato. <<Cosa
è successo?>>
<<Mi dovete fare un piacere.>>
<<Se posso, perché no?>>
Il suo alito era puzzolente. Insopportabile
e nauseabondo. Aveva tracannato un
bel po'
di vino, quella mattina.
Rocco si nascose dietro a Saverio e
si fece
piccolo piccolo. Sapeva il motivo di
quella
visita!
<<Vedete questo?>> fece
Sabatino,
indicandomi il bastone di castagno,
robusto
e nodoso. Accennai di sì con un lieve
movimento
della testa, senza capire le sue intenzioni.
Ad ogni suo movimento cercavo di tenere
tra
me e lui un banco, per proteggermi
da eventuali
attacchi contro la mia persona.
<<Ve lo lascio quà!>> E
andò
a posarlo rumorosamente sulla cattedra.
Continuavo
a non capire, ma ero più tranquillo
vedendolo
disarmato.
<<Maestro, Rocco non mi ubbidisce
più,
da quando ha conosciuto voi!>>
affermò
con un tono che non ammetteva repliche.
<<Ecco! Una mia colpa c'è in
questa
storia!>> pensavo tra me e me.
<<Ha capito che si può ubbidire
anche
senza botte!... Che si può ragionare
con
il padre!>>
Il suo sguardo era triste ed io intuìi
il
dramma del genitore analfabeta e montanaro.
<<Se ci mettiamo a ragionare,
quel
diavolo - e gli diede un' occhiataccia
-
vince sempre!... E dice che sono fesso...
che non capisco niente!... Quando ha
ragione,
non vuole proprio ubbidirmi!... Maestro,
voi ci pensate? Mi risponde a tu per
tu!!!...
E pensare che prima non apriva mai
bocca!
Aveva grande rispetto per il padre!
Ed ora?
Più niente!... Dopo tanti sacrifici
che ho
fatto per lui... Anche in Germania
sono stato!!!...
Se andiamo avanti di questo passo,
questo
disgraziato sarà capace pure di picchiarmi!...
Ma io gli metterò una corda al collo
e lo
appenderò al ramo più alto del melo
e poi
lo calerò vivo vivo giù nel pozzo,
perché
quella carogna è dura a morire!!!>>
Con azione fulminea Sabatino andò a
riprendere
il bastone sulla cattedra. Io cominciai
a
tremare e con occhio vigile seguivo
ogni
suo movimento.
<<Maestro, prendete... Vi chiedo
una
carità... Con questo battete Rocco
tre volte
al giorno... anche se non le merita!...
Si
deve riabituare a stare zitto e a ubbidire
di nuovo al bastone!... Deve ricordare
che
a casa comanda il padre... e che non
si discutono
le mie parole... mai!!!>>
Io rimasi allibito. Cercai di confutare
le
sue tesi con argomentazioni varie,
ma sprecai
solo il fiato. Allora lentamente e
con molto
garbo lo spinsi verso la porta e lo
accompagnai
giù, liberandomi da un incubo. Tornai
in
classe ed emisi un profondo sospiro
di sollievo.
Fissai per un attimo Rocco. Era diventato
paonazzo. Forse per la vergogna di
avere
un simile padre. Aveva le lacrime agli
occhi,
poveretto, e si rinchiuse nella sua
paura.
Cercai di rincuorarlo.
<<Non temere!>> gli dissi.
<<Il
maestro userà il bastone solo per rimuovere
il fuoco nel braciere... Io continuerò
ad
insegnarvi che l' uomo ubbidisce solo
alla
ragione, per conquistare la sua libertà!...
Ragazzi, non lasciatevi mai intimorire
da
chi usa la forza per dominarvi... se
volete
vivere a testa alta... ed essere di
esempio
ai vostri figli!!! >>
* * *
Una mattina di sole uscimmo per i campi.
L' aria era dolce, l' erba asciutta
ed il
cielo sereno. Ognuno portò la colazione
da
consumare lungo la strada.
<<Fate bene! Fate bene!>>
ci
disse zì Puccio, fermando la zappa
al nostro
passaggio. <<Una bella passeggiata
fa proprio bene alla salute!>>
Ci inerpicammo su per un viottolo stretto
e tortuoso, tra arbusti, piante spinose
e
cespugli di erbe varie.
Parlavo con gli alunni. Raccontavo
tante
cose, mentre mordicchiavo due fette
di pane
di grano (quello buono che faceva mia
madre!)
farcite con la marmellata di ciliegie.
Essi
non si stancavano mai di ascoltarmi.
<<Maestro, chi ti ha insegnato
queste
storie?>>
<<I libri!... I libri e la vita!>>
risposi. <<Non è difficile. Ci
vuole
tanta volontà, tanto amore... Non lo
dimenticate
mai!>>
Da lontano giungeva il tintinnìo dei
campanacci
appesi al collo delle pecore e delle
mucche
che pascolavano sotto lo sguardo vigile
del
padroncino.
<<Maestro, prendi una fetta di
prosciutto!
L'ha fatto mamma, quando abbiamo ammazzato
il maiale.>>
<<Grazie, Rosanna. Ho la mia
marmellata!>>
<<Mangialo!... E' buono!>>
fece
Michele.
<<Se proprio insistete, ne accetto
un pezzettino per farvi contenti.>>
Ed ognuno immediatamente mi offrì una
parte
di companatico che aveva nel pane.
<<No,no, grazie!... Me ne basta
una!>>
E presi a volo la fetta di Saverio
che stava
più vicino a me.
<<Maestro, tu sei diverso dagli
altri!>>
disse Ermelinda, guardandomi negli
occhi.
<<Perché?>>
<<Gli altri non ci volevano bene!>>
<<E poi... ci volevano solo sfruttare!>>
aggiunse Mario con rabbia, sferrando
un pugno
nell'aria.
<<Due anni fa - ricordò Gerardina
-
la maestra, una cosa di Avellino, ogni
mattina,
appena entrava nell' aula, dava fuoco
a dei
fogli di giornali... ""Per
disinfettare
l'aula!"" diceva.>>
<<Per ammazzare i microbi!>>
ricordò Saverio, scimmiottando la sua
voce.
<<E mandava via Silvano, quando
aveva
le scarpe sporche di letame!>>
<<Quell'altro, poi, dell'anno
scorso,
ci diceva sempre di portargli del prosciutto,
del formaggio casareccio, delle uova...>>
<<Una volta, prima di Natale,
ci chiese
un pollo!>>
<<Mi raccomando, che sia bello
grosso!>>
precisò Giuseppina, allargando le braccia
per evidenziarne la misura.
<<Noi facevamo finta di non capire,
perchè lui non era mai gentile... E
di proposito
gli facevamo arrivare fin sotto il
naso il
profumino delle nostre colazioni, senza
mai
invitarlo ad assaggiarle!...>>
<<Voi invece ci regalate sempre
tante
fotografie; ci avete portato le noci
e le
nocciuole del vostro paese...>>
<<E perfino i gelati per festeggiare
l'onomastico di Nicolina, perché ha
i genitori
in Svizzera!>>
<<Noi ti vogliamo bene!>>
disse
Michele, senza mezzi termini. <<E
a
Natale ti porteremo tante cose buone!>>
(Invece fui io a portare un piccolo
panettone
a testa, sorprendendo alunni e genitori!)
Intanto eravamo arrivati in un bosco
di castagni
sfoltito l' anno precedente. Intorno
ad un
ceppo fradicio vidi un grappolo di
chiodini,
uno stretto all'altro come tanti uccellini
di una nidiata. Li raccolsi e con molta
cura
feci cadere la terra dalle loro radici.
<<Maestro, buttateli via!...
Sono velenosi!>>
dissero in coro gli scolari.
<<Velenosi i chiodini?!?>>
risposi
meravigliato. <<Al mio paese
facciamo
chilometri per cercarli!>>
<<Noi non li mangiamo questi!>>
aggiunse Giuseppina.
<<Invece sono proprio squisiti!...Sentite
il profumo?>>
Fecero una smorfia di disapprovazione...
ma capirono il mio desiderio.
<<Maestro, se proprio ti piacciono,
qua intorno ne troviamo quanti ne vuoi!>>
disse Elìa per tutti.
<<Allora tutti a cercarli, forza!>>
Raccogliemmo tanti chiodini. Tutti
belli,
giovani, duri, con la testa piccola
ed il
gambo robusto.
Tornammo a scuola ripercorrendo la
stessa
strada, cantando simpatiche filastrocche
che si diffondevano in lontananza nella
valle
echeggiante.
Di sera, dopo le undici, io già dormivo,
quando bussarono alla porta varie volte.
<<Maestro!... Maestro!>>
Chi poteva essere a quell'ora? Girai
velocemente
due volte la chiave nella toppa ed
aprii.
Era il piccolo Michele con i genitori.
<<Sarà successo qualche disgrazia!>>
pensai, col cuore che mi usciva dal
petto.
<<Entrate!... Fuori fa freddo!>>
<<Maestro, chiediamo scusa per
l'ora...>>
sussurrò timorosa Maria Libera.
<<I bambini ci hanno riferito
che hai
mangiato i chiodini!>> continuò
il
marito. <<E noi non potevamo
andare
a letto... senza prima scendere al
paese...
ad accertarci... che...>>
<<Maestro, tu vivi solo!>>
lo
interruppe la moglie.
<<Se ti senti male, non c'è nessuno
che ti possa aiutare!... Perciò siamo
venuti.
Ora siamo tranquilli!>>
<<O Dio!... Temevo fosse successo
qualcosa!...
Fiùuuu! Che spavento!...>>
<<Allora non sei morto?>>
mi
chiese Michele con l'ingenuità dei
bambini.
<<No... non ancora!>> e
gli accarezzai
i capelli sorridendo. <<Mi dovrai
sopportare
per un altro poco!>>
<<Maestro, noi andiamo via...>>
<<Io non ho parole per ringraziarvi
per la vostra premura... Siete stati
veramente
cari!...>>
<<Buona notte!>>
<<Ciao, maestro!>>
<<Buona notte... E grazie ancora!...
Ciao, Michele!... Ci vediamo domattina.>>
Tornai a letto e per un po' non riuscìi
a
dormire. Per tutta la notte ripensai
a quegli
amici che avevano fatto tre chilometri
per
venire a sincerarsi del mio stato di
salute.
Ed erano andati via contenti di avermi
trovato...
ancora vivo!
* * *
Quando nevicava, calzavo un paio di
scarponi
militari e salivo a piedi fino a Vallon
dell'
Erro. Aggredivo l' erta con passo lento
e
pesante all'inizio e sempre più leggero
e
veloce man mano che i muscoli si riscaldavano.
Calpestavo la soffice neve ancora intatta
col dispiacere di chi sa di deturpare
con
le tracce del suo cammino un paesaggio
incantevole,
nel silenzio del mattino rotto solo
dal frullare
di qualche pettirosso in cerca di cibo.
Il
freddo intenso mi pungeva il viso,
ma io
provavo un' ebbrezza particolare quando
tagliavo
con il mio avanzare i fiocchi di neve
che
cadevano fitti sulla tela che la natura
stava
colorando con i suoi candidi colori.
Quando arrivavo alla svolta per via
Bassomanno,
sistematicamente dovevo difendermi
dall'attacco
degli alunni che mi aspettavano al
varco,
dietro il muro diroccato, per lanciarmi
palle
di neve. Senza perdermi di coraggio
contrattaccavo
come potevo e riuscivo a metterli in
fuga,
ma essi tornavano alla carica e mi
conciavano
proprio male.
Finiva sempre in una risata generale
e tutt'
insieme, sotto braccio, correvamo ubriachi
di gioia fino a scuola, davanti alla
quale
mi aspettavano puntualmente donna Concetta
o la mamma di Ermelinda per offrirmi
il solito
caffè corretto con aromatico anice.
* * *
L' amicizia tra me, gli alunni, le
famiglie
e la gente del posto si rafforzava
ogni giorno
di più. Io passavo interi pomeriggi
e serate
con loro, rimanendo qualche volta anche
a
cena. Giocavamo a carte, parlavamo,
aiutavo
qualcuno a fare i compiti, raccontavo
storie
o fatti della mia terra.
Il mese di dicembre fu straordinario.
Subito
dopo pranzo, ritornavo a scuola. Con
il lavoro
degli alunni e di alcuni familiari
trasformammo
l' aula in un originale presepe.
In un angolo le colline con tufi, pietre,
tronchi di castagno e muschio di montagna.
Al centro la capanna, inghirlandata
tutt'
intorno con rametti di (odorosa) edera
e
rivestita all'interno di teneri capelveneri
dalle fronde verdi e dai sottilissimi
fusti
neri.
Il soffitto diventò un immenso cielo
ricco
di nuvole e stelle di cartone che pendevano
tenute da un filo di cotone celeste.
Sulle
pareti disegnammo un paesaggio palestinese
con palme, accampamenti di pastori,
pecore
al pascolo e cani da guardia, una lunga
carovana
di mercanti, viandanti a piedi e pellegrini
e, dietro l' ultima oasi, avvolti nei
regali
mantelli, Gaspare, Melchiorre e Baldassare
seguivano la Stella Cometa sui cammelli
riccamente
bardati.
Sulla destra Gerusalemme dominava in
tutta
la sua bellezza, con il tempio di Salomone,
la Porta di Damasco, la Torre di Davide,
l' Orto di Getsemani, le case dei ricchi
commercianti con le bianche cupole
e i terrazzi
merlati, i tuguri scalcinati dei poveri,
le botteghe artigiane con gli operai
al lavoro.
* * *
L' anno scolastico fu lungo e ricco
di momenti
belli, di esperienze importanti, di
situazioni
meritevoli di essere ricordate. Ed
io non
ho mai dimenticato i giorni trascorsi
a Vallon
dell' Erro.
La notizia del mio trasferimento arrivò
inattesa,
mentre già mi riorganizzavo per trascorrere
un secondo anno lassù, e mi procurò
un senso
di profonda tristezza! Avrei voluto
rimanere,
per continuare a lavorare con quei
ragazzi
che si erano fortemente affezionati
al loro
maestro, a un amico che si sentiva
parte
del loro mondo e che non si disgustava
per
la puzza di letame che qualcuno spesso
portava
addosso; a un amico che li aveva messi
in
contatto con il mondo di là dall' orizzonte
con il "Colombo viaggiatore",
il
giornalino nel quale avevano raccontato
gli
episodi più interessanti della loro
semplice
vita quotidiana.
Ammutolirono gli alunni, quando una
mattina
trovai la forza di comunicargliela.
Per alcuni
giorni Silvano non venne a scuola;
gli altri
quasi non mi rivolsero la parola. Anche
i
genitori e gli amici rimasero male,
ma capirono
che altri interessi mi portavano lontano.
Quando arrivò il giorno della partenza,
ci
guardammo negli occhi e ci lasciammo
col
proposito di rivederci.
<<Addio, maestro!>>
<<Non ci dimenticare!>>
E piansero... mentre mi allontanavo
in macchina!
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