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Quel pomeriggio, dopo pranzo, Alberto
uscì
di casa deciso a spiare l'uomo dalla
lunga
barba che viveva nei ruderi della vecchia
chiesa.
Arrivò sulla collina col fiato grosso
e cercò
subito un nascondiglio per l'appostamento.
Salì su un ulivo secolare e trovò una
comoda
sistemazione in mezzo ai robusti rami,
da
dove poteva osservare senza essere
visto.
Il sole di Agosto picchiava forte ed
il sudore
gli grondava dalla fronte, solcandogli
il
viso fino al mento. Ogni tanto se ne
liberava
con il palmo della mano, che asciugava
poi
sulla canottiera bianca, lasciandovi
il segno
delle dita sporche di polvere.
Lo stridìo assordante delle cicale
era rotto
dal campanaccio d'una mucca al pascolo.
L'attesa non fu lunga. L'uomo arrivò
dal
sentiero alla sua destra con passo
lento,
seguito dal suo inseparabile mastino
dal
pelo nero lucente. Era alto e robusto
e aveva
i capelli lunghi legati alla nuca con
un
nastrino giallo. Indossava una camicia
rossa
ed un paio di jeans scoloriti e rattoppati
in vari punti e calzava dei sandali
senza
calzini. Sulle spalle portava uno zaino
militare.
Si asciugò il sudore con il foulard
che aveva
intorno al collo ed entrò nella chiesa
diroccata,
mentre il cane cercò un po' di refrigerio
dietro il muretto.
Alberto riusciva a vedere solo l'ombra
dell'
uomo, ma capì ugualmente che stava
pregando.
Dopo qualche minuto comparve sulla
porta,
allargò le braccia, appoggiandole sugli
stipiti
di legno, e guardò a lungo verso il
cielo,
immobile come una statua. Poi scese
i tre
scalini, chiamò a sé il cane con un
fischio
acuto e andò a sedersi sull'erba secca
ai
piedi di un ulivo, poggiando la testa
sullo
zaino per stare più comodo.
Il suo riposo ebbe breve durata. Dopo
una
quindicina di minuti, infatti, si rimise
a sedere ed estrasse dallo zaino delle
strisce
di morbido cuoio, del sottilissimo
filo di
acciaio, un paio di forbici, un taglierino
e delle pinze. Usò come tavolo da lavoro
una pietra a forma di cubo.
Con molta maestrìa e con movimenti
abili
e veloci tagliò, piegò, intrecciò e
infilò,
creando dei piccoli capolavori che
avrebbe
venduto nei paesi vicini durante i
festeggiamenti
in onore del santo patrono, che richiamano
sempre tanta gente.
Senza fare il minimo rumore per non
essere
scoperto, Alberto continuava a scrutare
furtivamente
quell'uomo che tutti giudicavano pericoloso.
Voleva penetrare nel suo misterioso
mondo
per trovare una risposta ai suoi dubbi.
Il barbone lavorò più di un'ora. Poi
raccolse
con molta cura le sue creazioni e le
sistemò
nello zaino con il materiale avanzato
e gli
utensìli usati. Sembrava soddisfatto
del
suo lavoro.
All'improvviso scattò in piedi con
l'agilità
di un ventenne e si mise a correre
in mezzo
agli alberi rincorso dal cane.
<<Forza, Dik, prendimi!>>
Dopo un lungo slalom, si fermò ansimante
per vincere il respiro affannoso, aiutandosi
con ampi movimenti delle braccia. Dik
lo
guardava e scodinzolava. Allora gli
prese
le zampe anteriori in mano e lo sollevò
da
terra.
<<Vuoi imparare anche tu?...
Bene!...Fai
così. Riempi i polmoni di aria allargando
le zampe e inspirando profondamente...
Bravo!...
Ora respira forte... Sei proprio un
campione!>>
Soddisfatto del complimento ricevuto,
il
cane poggiò le zampe sulle spalle del
padrone,
il quale si lasciò cadere a terra sotto
il
peso del mastino. I due intrapresero
una
lotta a corpo a corpo, senza limitazione
di colpi, sollevando un gran polverone
che
a tratti nascondeva i due contendenti.
Alberto osservava con ammirazione ed
avrebbe
voluto essere lì in mezzo a loro ad
arrotolarsi
nella polvere.
Tutt'a un tratto un rumore alla sua
sinistra
attirò la sua attenzione.
Furtivamente tre ragazzi si avvicinarono
allo zaino del barbone, strisciando
come
serpenti tra l'erba secca dietro il
muretto
scalcinato della chiesa. Il più grande
lo
afferrò e come un gambero iniziarono
il cammino
a ritroso; ma, prima che potessero
dileguarsi,
il cane fiutò la loro presenza e partì,
con
la furia negli occhi, per aggredirli.
<<Fermati, Dik!>> gridò
l'uomo.
<<A cuccia!>>
Sordo all'ordine del padrone, il cane
continuò
l'inseguimento ruggendo e digrignando
i denti,
per risolvere una volta per sempre
la questione
tra il suo padrone, troppo buono, e
i tanti
balordi che continuamente lo provocavano.
<<A cuccia, Dik!>> gridò
più
forte l' uomo.
I ragazzi scapparono a gambe levate
giù per
la collina, seminando sul terreno la
refurtiva
e lasciando cadere anche lo zaino.
Solo allora
il mastino si fermò.
<<Lasciali perdere, Dik... Sono
solo
dei ragazzi>> gli sussurrò il
barbone,
stringendoselo al corpo e accarezzandogli
la testa. <<Dopo questo spavento
non
si faranno più vedere>>.
Ma il cane continuò a ringhiare e a
graffiare
l'erba con le unghie affilate, insoddisfatto
di essere stato fermato. Avrebbe voluto
azzannare
qualche polpaccio e lasciare il ricordo
di
una impresa mal riuscita.
<<Non te la prendere, Dik...
Vieni!
Aiutami a recuperare i nostri gingilli>>.
Con molta calma raccolse uno per uno
ciondoli,
ninnoli e le varie cianfrusaglie; vi
soffiò
sopra ripetutamente per far cadere
la polvere
e li rimise con cura nello zaino.
Non era la prima volta che i ragazzi
del
paese prendevano di mira il barbone.
Ma lui
non aveva mai reagito alle loro scorribande,
sopportandoli con filosofia.
<<Alla loro età io ero peggio
di loro>>
confidava sereno al suo cane, guardandolo
negli occhi.
<<Che mascalzoni!>> pensava
Alberto,
sempre nascosto tra i rami dell'ulivo.
<<Al
suo posto non avrei trattenuto quel
cagnaccio.
Gli avrei fatto mordere il sedere ad
uno
ad uno!>>
* * *
Il mattino seguente c'era il mercato
in paese
e, come ogni giovedì, Alberto uscì
di casa
di buon'ora. Gli piaceva molto gironzolare
con le mani in tasca tra le bancherelle
e
curiosare di qua e di là alla ricerca
di
qualche novità. Si soffermava di tanto
in
tanto a guardare avidamente la merce
esposta
con molta cura sui lunghi banchi di
legno
sotto ampie tende di tela scolorita
dalla
lunga esposizione alle intemperie.
Prestava molta attenzione soprattutto
alle
chiacchiere della gente: una miniera
sempre
ricca di notizie, una vera enciclopedia
di
sapere spicciolo.
Come al solito si fermò ad osservare
le vaschette
stracolme di pesci e tartarughine che
si
dimenavano pazientemente in quello
spazio
ristretto nell'attesa di cambiare dimora
per una sede più comoda.
<<Hai saputo cosa è successo
ieri pomeriggio
sulla collina?>> chiese il bancarellaio
al fruttivendolo, mentre gli passava
un caffè.
<<Già!... Quel figlio di un diavolo...>>
e sorseggiò il caffè. <<Prendersela
con un ragazzino!>> aggiunse
poi, scuotendo
la testa. <<Secondo me, o era
ubriaco
o gli aveva dato di volta il cervello>>.
<<Dicono che l'abbia colpito
in fronte
con una pietra appuntita>>.
<<E ora come sta Maurizio?>>
<<Questa mattina suo zio, il
macellaio,
mi ha detto che stava ancora nella
sala di
rianimazione... Con tutto quel sangue
che
aveva perso!>>
Alberto non immaginava neppure lontanamente
che stessero parlando del barbone.
Incuriosito,
però, continuò ad origliare mentre
guardava
le piccole tartarughe nella vaschetta.
<<Quell'uomo è un pericolo pubblico!>>
affermò una signora dall'aria distinta,
mentre
sceglieva dei grappoli di uva. <<Una
volta ne parlai anche con il Sindaco
e gli
dissi chiaro e tondo che doveva farlo
rinchiudere
prima che combinasse qualche guaio.
Sprecai
solo il fiato! Mi rispose che non c'erano
gli estremi per prendere un provvedimento
così drastico contro un innocente...
Ora
sarà soddisfatto!>>
<<Farà come Santa Chiara che
mise le
spranghe di ferro a porte e finestre
dopo
essere stata derubata>>.
<<Non vi agitate tanto. Ci penserà
il giudice a sbatterlo al fresco!>>
<<Speriamo che il Sindaco dia
almeno
l'ordine di far ammazzare quel brutto
mastino
che, solo a vederlo, ti fa venire la
pelle
d'oca>>.
<<Maurizio?!... Il mastino?!>>
rimuginò tra sé Alberto. <<Allora
stanno
parlando del barbone?!>>
Voleva esserne certo, perché il giorno
prima
tra i ragazzacci che avevano tentato
di derubare
il barbone aveva riconosciuto, dalla
sua
postazione sull'ulivo, proprio il nipote
del macellaio.
<<Cosa è successo ieri?>>
chiese,
intromettendosi nella conversazione.
<<Cosa è successo?... Quel demonio
che abita con il suo cane sulla collina
ha
aggredito il figlio del fioraio e gli
ha
fracassato la testa>>.
<<I carabinieri hanno trovato
anche
la pietra con la quale quell'assassino
l'ha
colpito. Tutta insanguinata!>>
<<Il ragazzo è stato rinvenuto
verso
il tramonto agonizzante e privo di
conoscenza
su una balza ai piedi di un alto muraglione>>.
<<Sul terreno si vedevano ancora
fresche
le tracce di un inseguimento>>.
<<Quel poveretto ha cercato di
sfuggire
al suo attentatore...>>
<<Non è vero!... Non è vero!...
Il
barbone è innocente!>> affermò
Alberto
con una determinazione che lasciò tutti
perplessi.
<<Il barbone è innocente!>>
gridò
forte e scappò via tra la gente che
si girò
incredula alle sue parole. <<E'
innocente!...
Non lo possono arrestare!... Non lo
possono
arrestare!>>
* * *
Dopo pranzo Alberto andò in piazza
per raccogliere
informazioni più attendibili sull'
aggressione
di cui era accusato il barbone e della
quale
egli era stato l'unico testimone oculare.
Girò in lungo ed in largo, fermandosi
dove
c' erano capannelli di persone, entrò
in
tutti i bar, nel supermercato e nel
circolo
sociale, attivando i suoi sensibilissimi
radar per captare gli umori della gente.
Capì che il barbone era in pericolo.
<<Se scenderà in paese, gli daranno
tante botte>> ripeteva tra sé.
<<Non
è giusto!... Devo metterlo in guardia,
al
più presto, prima che sia troppo tardi>>.
Sapeva dove trovarlo a quell'ora.
Senza pensarci su due volte, lasciò
di corsa
la piazza. Fuori dal paese imboccò
una stradina
tortuosa e si arrampicò su per la collina,
aggredendo la salita con foga quasi
animalesca.
Arrivò davanti alla chiesa in men che
non
si dica, col cuore che gli usciva dal
petto
per lo sforzo prodotto.
Istintivamente si girò indietro per
controllare
se fosse stato seguito da qualcuno.
Grazie
a Dio non c' era nessuno! Solo pietre,
ulivi,
qualche lucertola e tante cicali ronzanti
per l'arsura di agosto. Mentre riprendeva
fiato, si girò a guardare il paese
nella
sottostante pianura con una attenzione
mai
prestata prima. Le finestre delle case,
socchiuse
per l' afa pomeridiana, da lontano
sembravano
occhi avidi di verità che fissavano
la collina
per scoprirne la vita e i comignoli
sui tetti
apparivano come tanti periscopi che
scrutavano
l' orizzonte in cerca di segreti. Il
fischio
del treno, che partiva dalla stazione
e si
allontava velocemente perdendosi tra
gli
sconfinati noccioleti, lo fece sorridere:
sembrava il giocattolo che aveva sempre
desiderato.
Purtroppo non c' era il tempo per seguirne
il viaggio. Lo attendeva un impegno
più importante
della fantasticheria di un ragazzo.
Si girò giusto in tempo per accorgersi
che
il mastino dal pelo nero si avvicinava
minacciosamente
coi suoi passi pesanti, mostrando già
le
zanne.
Lesto come un gatto, si arrampicò sul
più
vicino ulivo e da lassù invocò aiuto
per
attirare l' attenzione del barbone.
L' uomo,
infatti, comodamente seduto con la
schiena
appoggiata al tronco di un ulivo non
molto
distante, richiamò a sé il cane con
un doppio
fischio senza scomporsi minimamente
e continuò
a modellare i fili di ferro e ad intrecciarli
artisticamente seguendo modelli imparati
a memoria.
<<Ehi! signore>>, fece
Alberto
con voce sottile e tremante. Ma le
sue parole
non smossero l' uomo, il quale finse
di ignorare
il suo richiamo.
<<Signore!>> provò più
forte,
agitando anche le braccia. <<Qui,
sull'
albero>>.
<<Dici a me?>> chiese l'
uomo,
alzando lo sguardo verso il ragazzo.
<<Sì... Devo parlarvi>>.
<<Scendi!>>
<<Non posso. Ho paura del cane>>.
<<Quale cane?... Ah, DiK!>>
sorrise
il barbone. <<Dik non è un cane,
è
un amico! Aggredisce solo chi vuol
fare del
male al suo padrone... Tu vuoi farmi
del
male?... No!... Allora vieni!>>
Alberto scese dall'albero poco convinto;
si avvicinò guardingo ai due e si fermò
a
distanza di sicurezza, controllando
ogni
movimento del mastino, il quale cominciò
subito a ringhiare e a graffiare l'
erba
secca con robusti unghioni.
<<Cosa c' è, giovanotto?>>
<<Devo dirvi... una cosa importante>>
rispose, senza perdere di vista l'
animale
che continuava a incutergli paura.
Il barbone si accorse che il ragazzo
tremava
per la presenza di Dik e lo invitò
a sedersi
alla sua sinistra.
<<Dovete nascondervi, signore>>
cominciò subito Alberto. <<Dovete
scappare,
prima che vengano i carabinieri ad
arrestarvi>>.
<<I carabinieri?!>> si
meravigliò
l' uomo e sorrise. <<Perché dovrebbero
scomodarsi per arrestarmi?... Io non
faccio
del male a nessuno... E neppure Dik,
vero?>>
ed accarezzò il mastino lungo la schiena.
<<Ma voi non sapete cosa è successo
ieri pomeriggio... cosa pensa il maresciallo...
cosa dice la gente in paese!>>
<<Cosa è successo ieri?... E
cosa avrei
fatto io di tanto grave da meritare
addirittura
l' arresto?>>
<<In paese dicono che ieri avete
rotto
la testa a Maurizio, il nipote di Mario
il
macellaio. I carabinieri lo hanno trovato
in fin di vita laggiù>> e gli
indicò
pressappoco il luogo. <<Hanno
trovato
anche la pietra insanguinata con la
quale
credono che l' abbiate colpito>>.
<<Maurizio?!... La pietra insanguinata?!...
Ma cosa diavolo vai cianciando, mocciosetto?>>
reagì bruscamente il barbone.
<<E' la verità, credetemi!...
Vi dico
che i carabinieri vi stanno già cercando!...
Vi dovete nascondere, finché siete
in tempo!>>
lo scongiurò Alberto.
<<Io non so niente di niente...
e nessuno
potrà arrestarmi senza una ragione!>>
sentenziò l' uomo con rabbia.
<<Io lo so che siete innocente!...
Lo so!... Ma nessuno vi crederà!...
Giù in
paese tutti vi vogliono morti... voi
ed il
vostro cane!>>
Dik, intanto, si alzò e cominciò ad
annusare
prima una gamba del ragazzo, poi le
mani,
come era solito fare per mostrare la
sua
amicizia. Alberto, che non comprendeva
il
significato di questo comportamento,
tremava
come un topo tra gli artigli di un
gatto
ed il sudore gli solcava la schiena
a rivoli.
<<Come ti chiami?>> gli
chiese
il barbone, tirando a sé il cane.
<<Alberto>>.
<<Io Giacomo>> e gli strinse
la mano. <<Perché sei venuto
a cercarmi?>>
<<Ti voglio aiutare!>>
<<Aiutare?!... E perché mi devi
aiutare?>>
<<Perché sei innocente!>>
<<Questo è sicuro!>>
<<Certo!... Però lo sappiamo
solo noi
due>>.
Proprio in quel momento Dik si girò
verso
il sentiero che porta al paese e cominciò
a ringhiare sommessamente, avendo fiutato
qualcosa di strano.
Giacomo prontamente gli poggiò la mano
destra
sul capo per rabbonirlo e guardò sospettoso
nella stessa direzione.
<<Zitto, Dik!... C'è qualcuno>>.
<<Giacomo, vai via!>> gli
disse
Alberto. <<Vengono a prenderti!>>
<<Sei proprio fissato, ragazzo
mio.
Vuoi capire che se scappo penseranno
veramente
che io sia colpevole?... E poi ho un
aiutante
formidabile>> precisò, indicando
il
cane. <<Dik terrà lontano qualsiasi
malintenzionato... Nessuno oserà avvicinarsi!>>
Ma Giacomo non aveva valutato che la
rabbia
e l' odio spesso alimentano la forza
e spingono
l' uomo a commettere cattiverie inspiegabili.
Quando poi si agisce in gruppo si sveglia
il ferino che è in noi ed esplode l'
istinto
animalesco, irrazionale, incontrollabile.
Dopo poco, infatti, vide avvicinarsi
una
mezza dozzina di persone, dal passo
lesto,
armate di grossi bastoni.
Alberto corse incontro a quelle furie
scatenate
per fermarle ed evitare guai più grossi.
<<Cosa volete fare?... Siete
pazzi?>>
<<Togliti di mezzo, tu!>>
disse
il capobanda e lo scaraventò violentemente
a terra per eliminare ogni ostacolo
alla
sua azione bellicosa.
Giacomo ebbe un attimo di indecisione.
Dik
no! E partì veloce deciso a ridurre
a brandelli
colui che aveva colpito il suo giovane
amico.
Il barbone, allora, raccolse un ramo
secco
di ulivo tutto contorto, pronto ad
affrontare
una inevitabile lotta.
<<Dik, non farlo!>> gridò
poi
con tutte le forze per scongiurare
una tragedia.
Il cane, che sempre aveva ubbidito
al suo
padrone, non si fermò e si slanciò
con la
sua poderosa mole contro il macellaio,
affondando
le zanne bavose nella coscia destra
del malcapitato.
Ma prima che provocasse danni irreparabili
fu colpito ripetutamente dagli altri
masnadieri
con violente bastonate su tutto il
corpo.
Giacomo, allora, suo malgrado, fu costretto
a usare la violenza, lui che era di
indole
pacifica.
Il combattimento fu violento, senza
esclusione
di colpi, uno dei quali sulla spalla,
pesantissimo,
lo fece cadere in ginocchio tramortito.
Alberto
si mise le mani sugli occhi inorridito
e
cominciò a piangere. Dik era allo stremo
delle forze e sanguinava da varie ferite.
Ciononostante raccolse le poche energie
che
gli erano rimaste e nell'ultimo disperato
tentativo di salvare il suo padrone
riuscì
ad afferrare un aggressore alla gola,
cadendogli
addosso. L' avrebbe voluto strangolare
senza
pietà! <<Dik, nooooo!>>
urlò
disperatamente Giacomo. <<Fermati!...
E voi, delinquenti, buttate via i bastoni
se volete salvare il vostro amico!>>
Dik allentò la morsa, senza lasciare
la preda.
<<Buttate i bastoni!... Buttateli!>>
li supplicò con insistenza. <<In
nome
di Dio!>>. Poi si rivolse al
cane con
parole amorevoli: <<Dik... Dik,
amico
mio, se mi vuoi bene, lascialo andare...
Ti prego!>>
Gli assalitori si resero conto che
non c'
era alternativa, se volevano salvare
il compagno
da sicura morte. Gettarono via i bastoni
e indietreggiarono di qualche metro.
Dik
seguiva ogni loro movimento con estrema
attenzione
e quando capì che non c'era più alcun
pericolo
per Alberto e per il suo padrone lasciò
la
preda e permise che venisse soccorsa.
Giacomo,
pur stremato per le percosse, afferrò
il
collare del cane e lo trattenne con
fermezza.
<<Ce la pagherai, brutto bastardo!>>
minacciò il più giovane.
<<La prossima volta non sfuggirai
alla
nostra vendetta, se ti troveremo ancora
in
libertà!>> fece un altro con
molta
rabbia.
Dik, allora, avanzò di qualche passo,
trascinandosi
dietro il padrone, e fece sentire ancora
una volta la sua voce possente per
ricordare
la sua presenza.
* * *
Giacomo lasciò il cane e si avvicinò
ad Alberto
rimasto a terra impaurito. Gli accarezzò
i capelli con l' affetto di un padre,
senza
dire una parola; poi lo prese in braccio
e si avviò per il sentiero roccioso
lasciandosi
alle spalle l' Eremo diroccato. Dik
li seguiva
come un'ombra, lamentandosi per il
dolore
con un brontolio a denti stretti.
<<Come va, ragazzo mio?>>
Alberto scrollò le spalle ammutolito.
Camminarono per una quindicina di minuti,
seguendo un viottolo polveroso fino
ad arrivare
in un vallone profondo ricoperto di
rovi
spinosi, dove c' era una polla d' acqua
fresca,
quasi sempre secca per tutto il periodo
estivo.
Giacomo depose il ragazzo su una pietra
coperta
di muschio e si asciugò il sudore con
il
dorso delle mani. Poi cacciò dallo
zaino
un bicchiere di alluminio e lo poggiò
a terra
per raccogliere le poche gocce di acqua
che
sgorgavano dalla roccia.
<<Ti è passata la paura?>>
<<Mamma mia, quante botte!...
Se non
c' era Dik ti avrebbero ammazzato!>>
<<Eh già!... Hai proprio ragione>>
mormorò Giacomo, mentre raccoglieva
delle
grosse more di cui era ricco il roveto.
<<Mangia...
Sono buone!>> disse e le offrì
al giovane
amico con l'acqua raccolta. Poi ne
prese
altre per sé e per Dik che, nel frattempo,
stava dissetandosi nel rivoletto prima
che
venisse risucchiato dal terreno arido.
Andò,
quindi, a sedersi anch' egli su un
sasso,
proprio di fronte ad Alberto.
<<Come va?>>
<<Un po' meglio!>>
Tra una mora ed un sorso di acqua confessò
che non capiva il motivo di tanta intolleranza,
di tanta rabbia verso la sua persona
che
non dava fastidio a nessuno.
<<Io non ho mai fatto del male
e non
ho mai reagito alle continue provocazioni
della gente che non accetta il modo
diverso
di vivere la mia vita in piena libertà.
Non
è la prima volta che mi accusano di
colpe
non commesse, pur di sbarazzarsi di
me!>>
<<Questo volta però hanno fatto
male
i loro conti. Essi non sanno che io
ho visto
tutto e sono pronto...>>
<<Cosa hai visto?>>
<<Ho visto tutto!>> replicò
Alberto
con l' espressione di chi si sente
importante
per essere stato l' unico testimone
oculare
dell'accaduto. <<Ieri pomeriggio
me
ne stavo nascosto su un ulivo nei pressi
della chiesa>> continuò, <<per
osservarti da vicino... Quando sono
arrivati
quei... quei ragazzi, ho visto ed ho
sentito
ogni cosa>>.
<<Bravo!... Avevo un osservatore
speciale
e non me ne sono accorto!>>
<<Volevo capire perché in paese
raccontano
tante cose brutte di te... Dicono che
tu
rubi i bambini e li cucini in una pentola
grandissima, per mangiarli poi quando
è buio!>>
<<Ah! Ah! Ah! Questa è proprio
bella!>>
sorrise divertito Giacomo. <<Ora
sono
diventato anche un feroce cannibale!...
Quante
fandonie!>>
<<E di notte, quando c' è la
luna piena
diventi un lupo mannaro!... E' vero
che di
notte tu diventi un lupo mannaro?>>
<<Sì!>> rispose il barbone
con
voce cupa, imitando un vero licantropo.
<<Io
di notte mi trasformo in lupo con due
zanne
lunghe ed una bocca enorme, aaaahùm!>>.
E scoppiò in una prolungata risata
per rassicurare
Alberto che era diventato piccolo piccolo
e bianco in volto. <<Ma quale
lupo?...
Io di notte dormo felice e sogno sempre
tante
cose belle!>>
<<Dopo aver mangiato i bambini?>>
scherzò il ragazzo. <<Io lo sapevo
che tu non eri cattivo... Due anni
fa, mi
ricordo, durante la festa mi fermai
a guardare
l'esposizione dei tuoi ciondoli sul
marciapiede
davanti alla farmacia. Morivo dal desiderio
di comprare un pagliaccio con l'ombrello.
Com'era buffo! Ma non avevo una lira
ed era
una sofferenza per me vedere altri
bambini
accomapagnati dai loro genitori che
portavano
via le cose più simpatiche. Io ero
lì fermo
come una statua con le mani in tasca
e con
lo sguardo triste, quand'ecco tu mi
regalasti
un amuleto di pelle ed un bel sorriso.
Per
l'emozione non ti ringraziai neppure,
quella
sera; però ti ho pensato tante volte
durante
le mie preghiere>>.
<<Non mi ricordo di te, perché
non
sei l'unico a ricevere un regalo da
me>>
gli confidò Giacomo. Poi raccolse altra
acqua
e la condivise con il ragazzo, per
mitigare
l'arsura della gola. <<Alberto...
desidero
proprio un favore da te... dopo quello
che
è successo...>>
Alberto si sentì percorrere da un brivido
di gioia all' idea di poter essere
di aiuto
all'amico.
<<Comanda!>> disse emozionatissimo,
scattando sull' attenti come un vero
soldato.
<<Ogni tuo desiderio è un ordine
per
me!>>
Giacomo sorrise meravigliato di tanta
prontezza.
<<Non è un ordine il mio>>
puntualizzò,
tirando a sé il ragazzo e facendolo
sedere
sulla gamba sinistra, <<ed il
tuo deve
essere un vero piacere! Va bene?>>
<<Sì!>>
<<Scendi in paese e vai in giro
a sentire
che aria tira. Chiedi notizie di quel...
Maurizio. Hai detto che si chiama così,
vero?...
Non vorrei altre sorprese. Intanto
io starò
alla larga dai carabinieri. Se verranno
a
cercarmi, non mi troveranno mai...
Domani
pomeriggio, poi, ti aspetterò verso
le tre
davanti alla chiesa>>.
<<Sarò puntualissimo! Puoi esserne
certo... E se ho bisogno di vederti
prima,
dove ti troverò?>> chiese Alberto.
<<Qui, sulla collina. Questa
volta
non sfuggirai al fiuto di Dik>>
ed
accarezzò il cane amorevolmente.
* * *
Seduto sul muretto dell' aiuola davanti
al
bar Centrale sempre affollato dopo
le sette,
Alberto vigilava attentamente per adempiere
la sua missione.
Giacomo non si era proprio sbagliato.
In
paese non si parlava d'altro. E con
molta
rabbia! La gente nutriva un odio profondo
per quell'uomo che aveva scelto di
vivere
ignorando le più elementari consuetudini
di una comunità: avere una dimora fissa,
un lavoro, una famiglia, degli amici.
Si
temeva anche che potesse essere un
esempio
negativo per i giovani che si lasciano
facilmente
affascinare da una vita libera e spensierata
al di fuori delle regole convenzionali
che
spesso, in verità, imbrigliano il pensiero.
<<Don Pierino... Don Pierino,
come
sta Maurizio?>> chiese la guardia
municipale,
di servizio in piazza, al parroco che
era
appena sceso dal treno.
<<E' fuori pericolo, per grazia
di
Dio!... Almeno così mi hanno assicurato
in
ospedale>>.
<<E il ragazzo cosa dice?>>
<<Lui niente!... Il trauma cranico
gli ha provocato uno stato di confusione
mentale. Ricorda poco o niente dell'incidente>>.
<<Ma quale incidente, don Pierino>>
gridò la guardia, con la determinazione
di
chi pensa di sapere la verità. <<E'
stato un tentato omicidio bello e buono!...
Quell' uomo è un mostro!>>
<<Se lui è un mostro, in paese
siete
tutti mostri, figliolo. Parola di prete!...
Fareste bene a frequentare un pò di
più la
parrocchia e ad amare maggiormente
il prossimo,
come ci ha insegnato nostro Signore>>
sentenziò il parroco. <<E non
condannate
una persona prima dei giudici!... D'
accordo?>>
concluse allontanandosi.
<<Don Pierino! Che stupido sono
stato
a non pensarci prima!>> esclamò
Alberto
tra sé e sé, battendosi un colpo sulla
fronte
con il palmo della mano sinistra. <<Devo
parlare con don Pierino. Lui sicuramente
mi crederà !>>
Si alzò prontamente e corse dietro
al parroco
nel vicolo che portava alla canonica.
Lo
seguì come un' ombra per un lungo tratto
di strada, poi si avvicinò, lo salutò
e lo
superò senza fermarsi. Era indeciso
se parlargli
per strada o chiedergli di entrare
in casa.
Optò per la seconda soluzione e aspettò
che
il prete suonasse il citofono per farsi
aprire
dalla vecchia zia.
<<Chi è?>>
<<Sono io. Apri!>>
Prima che si richiudesse la porta,
il ragazzo
lo chiamò con un fil di voce e, quando
don
Pierino si girò, chiese timidamente
di entrare.
<<Alberto, cosa c' è?... Vieni!>>
Lo portò nello studio in fondo ad un
corridoio
stretto e lungo.
<<Siediti! Io torno subito>>
ed uscì con passo lesto, dileguandosi
nella
penombra.
<<Mamma mia, quanti libri!>>
esclamò meravigliato Alberto, ammirando
la
ricchissima biblioteca sulla parete
lunga
di fronte alla scrivania. <<Come
farà
a leggerli tutti?... Ci vorranno almeno
mille
anni!>>
Nell' attesa curiosò per la stanza,
camminando
sulle punte dei piedi. Prese un librone,
soffiò la polvere posata sul taglio
e lo
aprì. Era scritto in latino. Lo rimise
a
posto accuratamente e si avvicinò ad
un enorme
crocifisso di legno. Fissò a lungo
il viso
sofferente di Gesù e notò subito una
somiglianza
con quello del suo amico. Soprattutto
gli
occhi azzurri e profondi.
<<Giacomo però è molto più robusto!>>
pensò.
L' esplorazione fu interrotta dall'arrivo
del parroco che andò a sedersi sulla
poltrona
di pelle.
<<Eccomi qua!... A che cosa devo
l'
onore della visita?>>
<<Don Pierino, Giacomo è innocente!>>
cominciò il ragazzo senza alcun preambolo.
<<Io ero presente quando volevano
derubarlo!>>
<<Piano, piano! Procediamo con
ordine>>,
lo interruppe il parroco. <<Prima
cosa,
di chi stai parlando? Chi è questo
Giacomo?>>
<<Il barbone!>>
<<Seconda cosa, chi ti ha detto
che
è colpevole?>>
<<Tutti!... Nel paese tutti dicono
che Giacomo ha cercato di uccidere
Maurizio...>>
<<Questo lo so!>>
<<... ma non è vero! Lui non
fa del
male a nessuno, è molto buono!>>
<<So anche questo!>> precisò
Don Pierino per tranquillizzarlo.
<<Io stavo nascosto su un ulivo,
vicino
alla vecchia chiesa. Ho visto ogni
cosa.
Giacomo è innocente! Mi dovete credere!>>
continuò Alberto con molta foga.
<<Perché non dovrei crederti?...
Io
ti credo!>>
<<In paese però sono tutti contro
di
lui... E oggi pomeriggio lo hanno ammazzato
di botte!... E hanno fatto male pure
a me!...
Fortuna che c' era Dik...>>
<<Chi è Dik? E chi lo ha bastonato?>>
chiese perplesso don Pierino.
<<Dik è il suo cane. Se sapeste
come
è forte e coraggioso. Lui lo ha difeso
contro
quei farabutti!...
C'era Mario il macellaio, lo zio di
Maurizio,
... c' era suo cugino Stefano con il
fratello,
quello con la pancia grossa,... poi
Andrea
il cantoniere, il padre di Michele
il fruttivendolo
e altri due che conosco solo di vista>>.
<<Ma cosa mi stai raccontando?!>>
tuonò il parroco, saltando dalla poltrona.
<<Neppure voi mi credete, è vero?>>
disse Alberto amareggiato. <<Neppure
voi mi credete!>> e si alzò per
andar
via. <<Siete tutti uguali!...
Non credete
mai ad un ragazzo>>.
Don Pierino lo afferrò per un braccio
e lo
trattenne con forza sulla porta dello
studio.
<<Fermati!... E dimmi cosa è
successo
oggi. Io non ho capito niente!>>
Così Alberto tornò a sedersi e raccontò
per
filo e per segno tutto ciò che aveva
visto
nei due giorni.
<<Mio Dio!>> sussurrò il
parroco.
<<Alberto, hai fatto bene a venire
da me. Non ti preoccupare: ci sarà
giustizia
per il tuo amico. Parola mia!... Ora
andrò
immediatamente a casa di Luca - che
abita
qui vicino - e gli farò confessare
la verità
in presenza dei genitori. Poi parlerò
anche
con il maresciallo Vassallo che sta
seguendo
questo caso e gli riferirò tutto ciò
che
mi hai raccontato>>.
Don Pierino prese sottobraccio il ragazzo
e lo accompagnò alla porta.
<<Stai tranquillo!... Vedremo
se in
questo paese ci sarà un pò di giustizia,
una legge!... Ora vai>>.
<<Grazie, don Pierino. Io lo
sapevo
che potevo contare su di voi>>.
* * *
Dopo la misera cena, la madre uscì
come ogni
sera per il suo lavoro notturno in
una pizzeria.
Non sarebbe tornata prima dell'una
o delle
due, con tutta la gente che frequenta
i locali
pubblici, ad Agosto, per tutta la notte.
Alberto aveva tutto il tempo per agire.
Di
corsa andò a bussare alla canonica
e chiese
di entrare. Fortunatamente il parroco
era
già tornato.
<<Don Pierino, lo so che disturbo
a
quest' ora, ma non riuscirei proprio
a dormire
questa notte con tutti i pensieri che
mi
passano per la testa...>>
<<Ho capito. Vuoi sapere se ho
parlato
con Luca e con il maresciallo. Ebbene
sì...
con entrambi>> lo interruppe
il parroco
per tranquillizzarlo. <<Non è
stato
facile persuadere Luca a dire la verità!...
Testardi come siete voi bambini che,
tra
l'altro, non capite neppure il male
che potete
causare con le bugie... Il padre ha
dovuto
minacciarlo con la cintura, dopo avergli
allungato due ceffoni sonori sonori.
Alla
fine, un po' con le buone e un po'
con le
cattive, ha confermato il tuo racconto
in
ogni dettaglio>>.
Per la gioia il viso di Alberto si
illuminò!
<<Poi>>, aggiunse don Pierino,
<<ho parlato a telefono con il
maresciallo
Vassallo. Domani andremo insieme in
ospedale
a parlare con Maurizio... Il tuo amico,
mio
caro Alberto, grazie a te può dormire
sonni
tranquilli... E quando lo vedrai digli
che
domenica lo voglio vedere in chiesa
alla
messa di mezzogiorno!>>
Alberto ringraziò calorosamente il
parroco
e scappò via senza neppure salutarlo.
Non
poteva perdere secondi preziosi per
cose
frivole! Doveva correre da Giacomo
prima
che il buio sopraffacesse completamente
la
luce del crepuscolo.
<<Non devo aver paura!>>
si diceva
lungo la strada per farsi coraggio.
<<Dik
fiuterà sicuramente la mia presenza
e verrà
in mio soccorso!>>
Affrontò la salita con l' agilità di
uno
stambecco, sopportando la fatica con
molta
forza d' animo, desideroso com'era
di portare
una bella notizia ad un amico. Quando
però
il dolore per lo sforzo fisico era
diventato
insopportabile e gli aveva sfiancato
i polmoni,
pensò bene di tentare il contatto.
<<Giacomo!... Giacomo!>>
chiamò
con l' ultimo residuo di energie. <<Dik!...
Dik!... Dove siete?>>
Passo dopo passo la corsa iniziale
si tramutò
in un lento procedere, con soste continue
necessarie per riprendere fiato. Il
buio
ormai era completo, ma la luce della
luna
filtrava attraverso i rami frondosi
degli
ulivi e, come una madre premurosa,
indicava
ad Alberto il sentiero che portava
ai ruderi
dell' Eremo.
<<Giacomo!... Dik!>> continuava
il ragazzo, senza ricevere risposta.
Si fermò davanti alla chiesa illuminata
dalla
luna e d'istinto guardò la Madonna
dipinta
su piastrelle ceramicate in una nicchia
di
poco al di sopra del portale. Dolce
e materno
era il Suo sguardo e sembrava fissarlo
con
una intensità così forte come nessuno
mai
lo aveva fatto prima di allora, se
non sua
madre! Affascinato da quegli occhi
profondi
e dal sorriso radioso, si incantò ad
ammirare
la Vergine Maria che gli trasmetteva
un senso
di immenso piacere, di serenità, e
per un
attimo dimenticò la paura del buio
e lo scopo
della sua missione.
<<E' molto bella, vero?>>
gli
disse Giacomo (che nel frattempo si
era avvicinato
senza fare il minimo rumore), poggiandogli
una mano sulla spalla.
Alberto sobbalzò per la paura!
<<Mi hai spaventato!... Da dove
sei
sbucato così all' improvviso?>>
<<Dik ti ha sentito arrivare
e ci siamo
avvicinati silenziosamente>>.
Il mastino, scodinzolando e ancora
zoppicante,
leccò le mani ad Alberto per esprimergli
la gioia che provava nel rivederlo.
<<Vieni!>>
Giacomo lo strinse a sé e lo portò
a sedere
sul muretto che delimitava la piazzetta
della
chiesa. Dik si adagiò alle loro spalle,
insinuando
la testa tra i due come meglio poteva.
Splendido era il colpo d'occhio sul
paese
sotto stante trapunto di luci e sull'immensa
pianura che si estendeva fino all'orizzonte
con uno straordinario gioco di colori
notturni.
<<Quale evento importante ha
fatto
ritornare il mio giovane amico a quest'
ora?>>
domandò l' uomo, tenendogli il viso
tra le
mani.
Come un fiume in piena che esce dagli
argini
e travolge i campi senza nessuna possibilità
di contrastarne la furia, così Alberto
raccontò
con molta foga e in ogni minimo particolare
del suo doppio incontro con don Pierino.
<<Sei veramente un ragazzo in
gamba!>>
lo elogiò Giacomo, meravigliato della
sua
intraprendenza. <<Eravamo sicuri
di
di poterci fidare di te! Vero, Dik?>>
Il cane mosse varie volte la coda sul
terreno
e strofinò la testa contro la coscia
del
ragazzo.
<<Sarai molto bravo anche a scuola!>>
<<No!>> rispose seccamente
Alberto.
<<Perché?>>
<<Perché non mi piace studiare!>>
aggiunse senza infingimenti.
<<E la maestra non dice niente?>>
<<No!... Anzi è contenta quando
non
vado a scuola! Sapessi quante volte
mi dice
strillando: ""Non venire
a scuola,
se non hai voglia di studiare!""...
Ed io l' accontento spesso, specialmente
quando è bel tempo o quando non faccio
i
compiti>>.
<<E cosa fai?>>
<<Cosa faccio!?... Vado in giro
dove
mi pare!>>
<<E tuo padre...>>
<<Io non ce l' ho il padre!>>
<<Mi dispiace. Non lo sapevo
che tu...>>
<<Dispiace anche a me!>>
affermò
Alberto con aria triste. <<Io
non l'
ho mai conosciuto... neppure per fotografia!...
La mamma mi dice sempre che è morto
prima
che io nascessi>> aggiunse, mentre
una lacrima solcava il suo viso. <<Giacomo,
è bello avere un padre?... Tu ce l'
hai?>>
<<Mio padre era un uomo meraviglioso!>>
rispose l'amico, carezzandogli affettuosamente
i capelli. <<Un esempio di straordinaria
laboriosità... Buono di animo, semplice.
Ci volevamo bene!... Quando morì la
sua compagna,
si legò molto a me ed io ero felice
di stargli
vicino, di servirlo come meglio potevo,
di
fargli sentire il calore di un figlio.
Ogni
sua richiesta per me era un ordine.
E dentro
di me grande era la gioia quando potevo
esaudire
un suo desiderio. Lui ricambiava il
mio affetto
con una disponibilità totale... E viveva
sereno per la certezza di poter contare
ogni
momento sulla mia presenza, sul mio
aiuto...
Si creò una simbiosi unica tra noi
due. Ognuno
sapeva che c' era l' altro pronto a
tutto!...
Io lo facevo sentire ancora utile,
alla sua
età, necessario alla famiglia. Questo
gli
dava gioia e gli offriva un motivo
in più
per continuare a desiderare una lunga
vita!...
La vecchiaia comincia quando non servi
più
a nessuno!>>
Alberto seguiva con molta attenzione
le parole
dell' amico.
<<Un altro figlio, però, disamorato,
non capiva questi sentimenti e s' ingelosiva
ogni giorno di più>>, continuò
Giacomo,
pescando nei suoi ricordi. <<Istigato
da qualcuno alla discordia, era convinto
che io gli fossi vicino con l'unico
scopo
di servirmi di lui o di sottrargli
soldi!>>
<<E tu glieli sottraevi?>>
chiese
candidamente il ragazzo.
<<Mai!>> rispose Giacomo
senza
esitazione alcuna, con la rabbia viva
ancora
nel corpo. <<Mai!... Quando un
uomo
conosce il vero amore paterno e lo
pratica
intensamente, non ha bisogno di soldi,
ha
già il suo vero tesoro!>> sentenziò.
<<E poi, per chi sceglie una
vita randagia
come la mia, la libertà è l' unica
ricchezza.
Non ha bisogno delle miserie umane!>>
<<Hai sofferto molto, quando
è volato
in cielo, vero?>>
<<Quando mi lasciò, morì parte
di me!...
Fino ad ora niente e nessuno ha saputo
sanare
la cicatrice aperta nel cuore!>>
<<Lo pensi spesso?>>
<<Sì... Il ricordo dei momenti
più
belli vissuti con lui mi danno sempre
tanta
forza, quando mi prende la malinconia
o mi
assale la solitudine, specialmente
durante
le lunghe sere d' inverno>>.
<<Perché non ti sei sposato?>>
<<Forse perché non ho trovato
la donna
giusta... O forse perché le esperienze
degli
altri hanno infranto i miei sogni>>.
<<Non capisco cosa vuoi dire>>.
<<Hai ragione. Non è facile spiegare
cose più grandi di noi... Sicuramente
sono
stato condizionato nei miei progetti
dall'esperienza
di un caro amico. Eravamo inseparabili.
Un
giorno portò all' altare una donna
e iniziarono
i suoi guai. La sposa scoprì subito
il suo
vero volto: un mostro di cattiveria
e di
gelosia!... Povero amico mio, si inaridì
accanto a lei!... E gli stessi figli
crebbero
con il male nel cuore... Vedere un
uomo sprofondare
nelle tenebre mi tolse ogni desiderio
di
avere una compagna>>.
<<Tu credi che sulla terra non
ci sia
spazio per il bene?>> lo incalzò
il
ragazzo, preso dal colloquio così avvincente.
<<Penso che ce ne sia ancora
molto.
Però, mio caro Alberto, devi sapere
che il
male è più forte del bene e il modello
delle
azioni contrarie ai princìpi morali
viene
seguito sempre più dell' esempio della
bontà...
Secondo me, la vita è condizionata
più dal
diavolo che dagli angeli del cielo...
Devi
abituarti a convivere con lui... L'
importante
è avere la capacità di annientarne
gli effetti
malefici>>.
<<E come?>>
<<Sapendo che c' è!... Io ho
avuto
paura ed ho fatto la mia scelta. Meglio
solo
che male accompagnato, come ci suggerisce
la saggezza dei vecchi>>.
<<Meglio liberi!>>
<<Bravo, Alberto!... Meglio liberi...
come gli animali, liberi e più ricchi:
padroni
del cielo, padroni del mare, padroni
dell'erba,
degli alberi, dei boschi, dei monti,
padroni
di tutto... e di niente>>.
<<Così non devi temere neppure
i ladri>>
aggiunse il ragazzo che si lasciava
ammaliare
dalle parole dell' amico.
<<Certo!... Chi vuoi che venga
a rubare
ciò che non hai?... Se non dei ragazzini,
più per gioco che per malizia?... E
poi,
sapessi come è bello vivere senza una
dimora
fissa e volare come una farfalla da
un fiore
all' altro... Come è brutto invecchiare
sempre
tra le stesse mura, a meno che non
ci sia
con te qualche persona cara che ogni
giorno
con il suo amore ti rende più bella
la prigionìa...
Io sono come un uccello: oggi qua,
domani
là>>.
<<Però l' uccello torna sempre
al suo
nido!>> precisò Alberto. <<Va
in giro, ma non dimentica mai la sua
casa>>.
<<Anch' io torno sempre quassù,
in
questo luogo di pace. Per mia fortuna
quelli
del paese non sanno apprezzare questa
loro
ricchezza ed io posso godermela da
solo!>>
<<Lo sai, Giacomo? E' la prima
volta
che mi trovo qui di sera... Mi sembra
un
sogno!>>
<<Eh già... E' proprio bello
questo
scenario naturale che si mostra ai
nostri
occhi, unici spettatori di tanta bellezza>>.
<<Come è diverso il paese visto
dall'alto...
Uuuh! guarda là, Giacomo: una stella
cadente!>>
<<Se osservi il cielo ne vedrai
altre.
Questa è la notte di San Lorenzo>>.
<<Posso esprimere anche un desiderio?>>
<<Certamente. Chi sa se non verrà
esaudito
veramente>>.
Dik, intanto, seguiva con un lento
movimento
della testa alcune lucciole che gli
giravano
intorno.
<<Giacomo, cos' è quella luce
rotonda
laggiù?>> e gliela indicò con
precisione.
<<L' orologio sul municipio>>.
<<E quelle luci che si muovono
sulla
montagna?>>
<<Un aereo>>.
<<Un aereo?!... E perchè vola
così
basso?>>
<<Sta in fase di atterraggio.
Dietro
quella collina illuminata c' è l' aereoporto...>>
<<Una stella!... Una stella!>>
gridò all' improvviso Alberto, tutto
eccitato.
<<Una stella!>>
<<Su, esprimi un desiderio>>.
<<Fammi pensare. Desidero...
desidero...
Non so, aiutami un po' tu!>>
<<Pensa a qualcosa di particolarmente
bello che ti piacerebbe realizzare>>.
<<Vorrei... Ecco, ho trovato!
Vorrei
che tutti gli uomini fossero buoni!>>
<<Sarebbe bello, ma ho i miei
dubbi
che si possa soddisfare... Pensa a
qualche
cosa di più semplice, di personale>>.
<<Allora desidero tanto stare
ogni
sera con te!>>
Giacomo strinse a sé il ragazzo, dal
quale
non si aspettava una dimostrazione
di attaccamento
così forte.
<<Non è possibile, caro mio.
Tu hai
una mamma>>.
<<Non ti preoccupare per questo.
Non
se ne accorgerà neppure. Lei si ritira
sempre
molto tardi>>.
<<Non è un motivo questo per
uscire
di casa senza il suo permesso>>.
<<Se glielo chiedo, mi dirà di
no!>>,
rispose il ragazzo con espressione
triste.
<<Già lo so>>.
<<Allora qualche giorno verrò
a casa
tua e parlerò io con lei. Va bene?>>
<<Quando verrai?>>, chiese
raggiante.
<<Verrò!... Ti farò una sorpresa!>>
Alberto poggiò la testa sul petto dell'
amico.
<<Sei molto buono... Ti voglio
bene!...
Ora ti spiego dove abito...>>
<<Non preoccuparti. Ti troveremo.
Vero,
Dik?>>
Il cane scodinzolò per dare la sua
approvazione.
<<Meriti un premio per l'aiuto
che
mi hai dato!... Ora devi proprio andare,
ragazzo mio. E' molto tardi. Vieni!
Ti accompagneremo
fino al paese>>.
Dik fu il primo ad alzarsi. Alberto
diede
la mano a Giacomo e guardò ancora una
volta
la Vergine Maria. Poi i tre si avviarono
per il sentiero tra gli ulivi, illuminato
dalla luna piena, vera signora quella
sera
del cielo stellato.
(Maggio 1993) |