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Dopo la morte di Robespierre, a sancire la
vittoria della classe borghese in Francia
venne approvata la Costituzione dell'anno
III. Si ritornò alla rigida separazione dei
poteri, allo scopo di evitare una qualsiasi
dittatura personale o di assemblea. Il potere
esecutivo fu conferito ad un Direttorio di
5 uomini, che provvedeva alla sicurezza esterna
ed interna della repubblica e disponeva della
forza armata. Le vittorie italiane di Napoleone
avevano disorientato il Direttorio che subì
l'egemonia del giovane generale al quale
fu concesso tutto il potere nella soluzione
della sistemazione dei territori italiani.
Napoleone diede vita ad una serie di repubbliche,
sotto il suo controllo politico e militare.
Desideroso di sucessi militari che
in qualche
modo eguagliassero quelli riportati
dal Bonaparte,
impegnato nella spedizione in Egitto,
il
Direttorio diede ordine ai propri eserciti
che occupavano Roma di invadere il
Napoletano
e di instaurarvi una repubblica partenopea
(23-1-1799).
Ma la politica di rapina e di netta
subordinazione
delle nuove repubbliche alle decisioni
di
Parigi attenuarono l'iniziale fervore
con
cui molti italiani avevano salutato
la vittoria
delle armi francesi.
La politica antigiacobina, perseguita
dal
Direttorio in Francia e nei paesi occupati,
indeboliva la parte più estremista
dei patrioti
italiani, mentre lo sfruttamento costante
a cui erano soggetti i territori e
la sostanziale
sottomissione alla volontà del Direttorio,
rendevano incerti e diffidenti i gruppi
più
moderati.
Fu sufficiente, quindi, una semplice
sconfitta
delle truppe francesi ad opera degli
austro-russi
(seconda Coalizione), perchè le repubbliche
italiane crollassero sotto l'onda di
una
reazione legittimista, sostenuta dal
clero
(ostilissimo alla Francia dopo il trasferimento
del papa Pio VI in territorio francese,
dove
si era spento) e dalle popolazioni
urbane
e rurali da esso dirette.
Il 7 maggio i francesi ritirarono da
Napoli
le truppe per mandarle al Nord a soccorrere
gli eserciti impegnati contro gli austro-russi,
abbandonando così al suo destino la
sedicente
repubblica partenopea, mai richiesta
nè eletta
dal popolo.
Cosicchè un'insurrezione sempre più
crescente
restrinse in un territorio molto esiguo
la
illegittima e debole autorità del governo
repubblicano. Questi mobilitò le truppe
disponibili
per formare altri contingenti, mediante
nuovi
arruolamenti. Pertanto il 18 maggio
il "comandante
l'armata di Puglia" generale Matera
partì per la Puglia con una legione
di fanteria
da completarsi su suolo pugliese, seguito
subito dal generale Federici che avrebbe
dovuto formare tre reggimenti di cavalleria.
I due generali furono costretti, però,
a
fermarsi davanti all'insorta Ariano.
Mentre
il Matera ripiegava verso Benevento,
il governo
repubblicano inviò in aiuto del Federici
il generale Spanò con la sua Legione
Campana.
Ma costui il 28 maggio subiva una vera
e
propria disfatta al passo del Gaudio
ad opera
dei realisti di Mugnano del Cardinale,
con
l'appoggio delle popolazioni del Baianese,
pronti a difendere l'autorità del re
di Napoli
Ferdinando IV di Borbone e della regina
Maria
Carolina.
Artefice di quella vittoria fu il sacerdote
D. Saverio Bisesti, insieme al fratello
Michele
e al nipote Mario.
Ecco come andarono i fatti.
Il sacerdote aveva guidato la resistenza
antigiacobina in Mugnano e nei paesi
vicini,
da quando gruppi di giacobini locali
(della
cellula voluta dal sacerdote massone
Antonio
Jeròcades, da allora relegato dalle
Autorità
nel Cenobio di S. Pietro a Cesarano)
si erano
impadroniti dell'amministrazine, aperto
i
ruoli delle milizie civiche e istigato
alcuni
del popolo ad operare saccheggi.
Avuto notizie delle prime vittorie
dei realisti,
a Mugnano e nei paesi vicini vi furono
spontanei
e disorganizzati tentativi d'insorgenza,
purtroppo spietatamente soffocati nel
sangue.
Quando il generale Agamennone Spanò
fu di
passaggio per il Baianese, i realisti
fraternizzarono
con i militi e li accolsero trionfalmente.
Ma il 27 maggio giunse in Mugnano un
messo
segreto che annunciava la conquista
di Foggia
da parte delle truppe realiste e il
loro
prossimo arrivo, in marcia verso Napoli.
La notizia si diffuse immediatamente,
le
campane suonarono a stormo e fu l'insurrezione.
Cominciò allora la caccia ai giacobini
che
avevano tiranneggiato per mesi. Quasi
tutta
la guardia civica controllata dal Comandante
Michele Bisesti e dal figlio Mario
si schierò
con gli insorti. Il sacerdote Jeròcades
e
un tale Matteo Vasta, tra i più compromessi,
sfuggirono alla collera degli insorti
riparando
in Napoli.
La mattina del 28 maggio, nonostante
le voci
di un arrivo da Napoli di repubblicani
per
eseguire rappresaglie, i realisti in
armi
guidati da Don Saverio Bisesti superarono
ogni indugio e scesero a Baiano, Sperone
e Avella, dove furono abbattuti gli
alberi
della Libertà e al loro posto venne
innalzata
la Croce.
Intanto, mentre aspettavano il nemico
da
Nola, un messo sopraggiunto avvisò
che truppe
repubblicane stavano arrivando da Avellino.
Circa 500 insorti mugnanesi, quadrellesi,
sirignanesi e avellani si diressero
al Ponte
Miano, un miglio e mezzo ad oriente
di Mugnano
sull'orlo della gola del Gaudio, ove
passava
la Via Regia delle Puglie. In quel
luogo
si appostarono tutt'attorno nelle selve
dette
del Maisone, in posizione protetta
dalla
fitta vegetazione e con possibilità
di ritirata
sicura: da un lato su per le rocce
del Partenio,
dall'altro giù per i dirupi del monte
Arciano.
I repubblicani furono avvistati verso
l'una
pomeridiana: era la colonna campana
del generale
Spanò, in ritirata. Questi, accortosi
della
presenza dei realisti, fece sparare
a mitraglia
contro la selva ma, sul limitare del
ponte,
la retroguardia della colonna venne
investita
da un vivo fuoco di moschetteria. Molti
militi
rimasero uccisi, altri furono fatti
prigionieri,
mentre lo Spanò con il resto della
colonna
si spinse in avanti riuscendo ad aprirsi
un varco verso Mugnano. Ma i realisti,
abbandonata
la selva del Maisone, passando per
sentieri
interni, sorpassarono la colonna e
l'affrontarono
all'altezza del rione Archi, sul ponte
Figlioline
abbattendo parecchi altri militi. Il
ponte,
però, non potè essere tenuto a lungo
e lo
Spanò, scioccamente, invece di procedere
celermente sulla Via Regia ed uscire
definitivamente
da una posizione indifendibile e da
un territorio
totalmente ostile, invase Mugnano per
operare
una rappresaglia. Con la minaccia delle
artiglierie
fece zittire le campane che da tempo
suonavano
incessantemente e poi puntò i cannoni
contro
la popolazione inerme che, impaurita
dalla
battaglia si era rifugiata sulle colline.
Mentre i repubblicani si attardavano
in paese,
arrivò una multitudine di profughi
da Mercogliano,
Sanseverino e Montoro, carichi di armi
e
munizioni che distribuirono ai Mugnanesi.
Questi si riorganizzarono. Una parte
piombò
sull'abitato per bersagliare i repubblicani,
un'altra parte andò ad appostarsi sulla
Via
Regia al Ponticello del Cardinale,
al riparo
di siepi e dei muri della Starza.
Sotto il forte attacco dei realisti,
la colonna
campana dello Spanò, ridotta alla metà
degli
effettivi, fu costretto a sgombrare
l'abitato
e a battere in ritirata. Ma all'altezza
del
Ponticello del Cardinale, dove nel
frattempo
erano arrivati anche i realisti di
Baiano
guidati dai sacerdoti Don Carmine Napolitano
e Don Pietro Foglia, i militi repubblicani
si trovarono circondati e furono colpiti
da tutte le parti. Molti di essi trovarono
la morte in questa terza fase della
battaglia
che rappresentò lo scempio più grande;
altri
furono fatti prigionieri. Solo il generale
Spanò, ferito al fianco e alla tibia,
riuscì
con pochi uomini a fuggire per il torrente
Fontanavecchia e si trascinò travestito
fino
a Napoli. Dopo cinque ore di combattimento
la colonna campana aveva cessato materialmente
di esistere come unità combattente.
(Notizie storiche ricercate in testi
di Gabriele
De Rosa, Pietro Colletta, Benedetto
Maresca,
Saverio Bisesti e di Antonio Silanos)
Il testo è stato pubblicato il 22 ed il 29.9.1996
su <<La Gazzetta del Baianese>>,
Anno III, Numeri 22 e 23. |