|
Una volta il nostro buon contadino
non offriva
un modello di vita capace di suscitare
nei
figli un desiderio di emulazione ed
un interesse
verso il lavoro campestre. Il suo esempio
non era certamente un invito per le
nuove
generazioni ad amare la terra, legato
come
era al carretto tirato dall’asino e
alla
zappa che ferisce il fisico. Nessuno
può
negare al nostro contadino una grande
generosità,
una infinita bontà d’animo, una incredibile
capacità di sacrificio, una inesauribile
forza contro le avversità della natura
che
spesso chiede un tributo di sangue
e di pianto.
A queste qualità però non sempre corrispondeva
un accettabile livello culturale, una
solida
tranquillità economica e la possibilità
di
occupare posti di responsabilità nella
comunità.
Egli veniva corteggiato e circuito
perché
era un voto; veniva organizzato perché
era
una “presenza”, un numero; veniva strumentalizzato
troppo facilmente da chi deteneva il
potere
per fini sempre diversi da quelli che
gli
prospettavano. Ma alla fine rimaneva
’o cafone
di sempre che sgobba nei campi per
produrre
e fare arricchire chi è più furbo di
lui
e che di lui sfrutta la forza ed il
lavoro,
vendendo al mercato i suoi prodotti
a prezzi
raddoppiati o triplicati, senza sporcarsi
le mani o impolverarsi le scarpe.
Ed il figlio del contadino era il figlio
del cafone; andava a scuola qualche
volta
con le mani sporche di lavoro, con
i pantaloni
rattoppati, con la giacca senza un
bottone
e strappata ai gomiti, spesso con il
viso
paonazzo per la vergogna. E veniva
accettato
(ahimè come scottano i ricordi ancora
vivi!)
come oggi si accetta un profugo sudvietnamita
o uno zingaro. Egli sapeva farsi onore!
Però,
di notte, nel rivoltarsi nel letto
(con il
materasso fatto con le rumorose spoglie
di
granturco) certamente non sognava di
seguire
le orme del padre per sgobbare nei
campi.
Cominciava ad odiare la terra che rubava
alla famiglia tutte le energie senza
concedere
frutti adeguati agli sforzi, ai sacrifici
ed al fabbisogno quotidiano. Senza
dire che
non gli offriva la possibilità di costruirsi
una casa con tutti i conforti necessari.
Ah! Quanti contadini sono stati costretti
alla dura vita delle baracche tedesche
per
offrire ai figli un avvenire migliore,
con
il sudore della fronte, lontani dalla
amata
moglie.
Ed io, figlio di contadini, che ho
sofferto
a lungo e personalmente nel lavorare
la terra,
non avrei mai scommesso una decina
di anni
fa che la vita dei campi cambiasse
nell’immediato
futuro. Soprattutto, non avrei mai
scommesso
un soldo falso sulla capacità del nostro
contadino di “meccanizzare” il suo
lavoro.<<’O
ciuccio è nato pe tirà ‘a carretta!>>
dice un vecchio adagio. E nei proverbi
c’è
sempre un fondo di verità e di saggezza
popolare.
Oggi devo ammettere (con soddisfazione!)
di non essere stato un buon profeta.
Ho sbagliato
a non credere nelle infinite risorse
fisiche
e umane dell’uomo dei campi, il quale
ha
smentito coi fatti che l’asino è nato
per
tirare il carretto.
Il contadino si è meccanizzato!!! Ha
incominciato
lentamente con piccoli trattori a zappare
la terra. Poi, piano piano, con trattori
più grandi ha capito l’importanza della
macchina.
Allora via anche l’asino e il carretto!
Via
anche il tradizionale mantice. Ha acquistato
pompe con motori per irrorare, il pigiatore
ed il torchio dell’uva per uso proprio.
E’
comparso l’elevatore elettrico, più
comunemente
chiamato “montacarico” a sostituire
l’antica
carrucola che spezzava le braccia quando
bisognava tirare sui tetti i pesanti
sacchi
carichi di nocciuole e di noci. Quest’anno
la grossa sorpresa: la macchina che
raccoglie
le nocciuole.
Tutto questo nell’arco di quattro o
cinque
anni. E se si pensa che le prime macchine
per moltissimi anni si sono scontrate
con
una mentalità chiusa verso la meccanica,
si può comprendere il grande sforzo
che ha
compiuto il nostro contadino per cambiare
il suo modo di vivere e di lavorare,
e il
successo conseguito a pieno merito.
Nel volgere di un decennio posso assicurare
che molte cose sono cambiate nelle
abitudini
e nella vita quotidiana del nostro
contadino,
il cui spirito di sacrificio ed il
desiderio
di migliorare, sollecitati soprattutto
dal
notevole contributo culturale dei figli,
hanno provocato il miracolo. Il contadino
non è più ’o cafone di una volta: è
un lavoratore
della terra che va in campagna con
l’automobile
o con il trattore e si è inserito nella
società
come uomo e non più come un numero.
E questo
certamente non è un giudizio di parte,
è
sicuramente un rilievo obiettivo. Ha
una
casa confortevole, ha un orario di
lavoro
come gli altri lavoratori dipendenti,
va
allo stadio ogni domenica, si porta
a Torino
non più per elemosinare lavoro ma per
tifare
per la squadra del suo cuore che va
a mietere
allori e a raccogliere gloria sui campi
di
gioco del nord. E’ tempo allora che
si torni
di nuovo nei campi, con entusiasmo,
a lavorare
la terra!
Attenti, però, a non ingigantire il
pericoloso
fenomeno degli ultimi tempi di comprare
il
raccolto di noci e nocciuole e avvicinarsi
alla terra solo per sfruttarla ad agosto
e settembre. La terra deve essere curata
e lavorata per l’intero anno. La terra
è
come una donna: prima di scoprire le
sue
bellezze, vuole essere corteggiata
e amata.
Il vero contadino questo lo sa: egli
per
tutto l’anno ne accarezza il corpo
con sapienza
e lei non gli nega mai di raccogliere
succosi
frutti. E noi che siamo figli della
terra
sappiamo che lei si offre a chi sa
capirla,
a chi l’amore ce l’ha nel sangue!
(Dal giornale “Noi DC” stampato in
occasione
della terza “Festa dell’amicizia” –
6-7 Ottobre
1979)
|