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Avete alzato il calice alla mia salute, cari
amici? Vi ringrazio di cuore. Non vi nascondo
che a tavola ho brindato anch'io alla vostra
salute, dopo aver letto la lettera. E quando
ho levato in alto il braccio, mi sono accorto
che le dita non sorreggevano un calice di
vetro colmo di vino, ma tre cuori pieni di
vita!
* * *
Nella mia lettera del 13 ottobre scorso,
che voi avete letto con generosità, data
la sua lunghezza, vi descrissi due personaggi
del Distretto Militare di Avellino tra i
peggiori, condannando un po' tutto l'ambiente
militare. È giusto però che io salvi qualcuno,
per una maggiore completezza di valutazione
e per una maggiore onestà di giudizio.
Il Cap. Rossi Alfonso, per esempio. Per la
sua carica umana, per il suo comportamento
semplice, schietto, sincero, è stato per
noi un vero amico, ed ha suscitato la simpatia
generale tra la truppa. Non ha mai fatto
pesare le "tre stelle", ha sempre
cercato di instaurare rapporti prima umani
e poi militari. Io, in modo particolare,
ho suscitato la sua simpatia verso di me,
viaggiando per due mesi circa con il passaggio
nella sua "simca". Con piacere
mi offriva il posto in macchina, invitandomi
anche quando io non lo chiedevo, aspettandomi
quando ero in ritardo, andando qualche volta
personalmente a ritirare il mio permesso
presso quel simpaticone del Mar. Colaprice.
Io l'ho voluto bene come un padre e lui mi
ha ricambiato questo affetto, trattandomi
come un figlio. Una domenica siamo andati
perfino a raccogliere i "chiodini"
in montagna. Tutti i soldati hanno apprezzato
le sue qualità di uomo che lo distinguevano
dagli altri e quando il I2 novembre scorso
c'è stata la festa di addio in suo onore
(perché veniva trasferito al B.A.R.T.C. di
Avellino a comandare una compagnia) spontaneamente
abbiamo organizzato una colletta per comprargli
un ricordo, in segno della nostra stima e
del nostro rispetto. La stessa iniziativa
non era stata intrapresa, un mese fa, in
occasione della festa di addio di un altro
Capitano; per questo il Cap. Rossi non è
riuscito a nascondere la sua commozione,
in presenza dei colleghi, della truppa e
degli impiegati civili. È venuto poi a ringraziarci
nel refettorio, ancora con gli occhi tumidi:
non ha trovato parole per esprimerci la sua
gratitudine e la sua gioia!
Devo salvare anche i vari Tenenti Colonnelli
e soprattutto il Colonnello Comandante Simmaco
De Gennaro, pittore di fama nazionale. Che
uomo! Che signore! Il suo biglietto di visita,
come suol dirsi, fu la sua disponibilità
verso la truppa, la stretta di mano a noi
militari e l'invito a farci accomodare quando
si va nel suo ufficio!
(Avellino, 2I novembre)
Cari amici, vi sto scrivendo questa. seconda
parte della lettera dall'Ospedale Militare
di Caserta, dove sto ricoverato nel reparto
ortopedico dalle ore I5.20 del giorno 25
novembre. Che strazio, ragazzi, stare in
un ospedale militare! Ci sono stato già per
due giorni nella seconda decade di settembre
e non vi dico l'esperienza che feci in quell'occasione.
Mi proposero di imboscarmi e di finire, così,
tra il ricovero e la convalescenza i giorni
di servizio militare che erano ancora tanti.
Sì, i miei giorni certamente lì avrei finito
e forse anche nel reparto neurologico Mi
rifiutai con un NO convinto, secco, categorico,
severo, un NO che non lasciava possibilità
di ripensamento. Prima perché mi disgustava
ed indignava questo "baratto",
questo stato di servilismo che è proprio
degli imboscati. per una questione di sani
principi di vita; secondo perché io sono
come un uccello: in gabbia soffro, mi manca
lo spazio necessario per muovermi: io devo
essere li-be-ro di essere me stesso! Preferisco
mille volte stare in caserma tutto il giorno
a scoppiare, lontano da casa, a sopportare
tutto quel ben di Dio, purché la sera possa
uscir fuori dalla prigione a respirare aria
pura di libertà!
No, non sarei stato tanto forte da vincere
la battaglia contro me stesso e internarmi
in ospedale, ad impantanarmi tra quelle mura.
In quei due giorni di degenza mi sentii soffocare
a tal punto da chiedere vo-lon-ta-ria-men-te
di farmi idoneo al corpo e ritornarmene in
caserma. Preferii perdere quei giorni di
convalescenza che mi avrebbero accordato
se io fossi rimasto ricoverato per altri
pochi giorni. Niente, non volli né convalescenza,
né volli imboscarmi: volli la mia libertà!
E l'ottenni. 0 cara libertà che per te morirei!!!
Ed ora eccomi di nuovo in ospedale: sono
gli scherzi della vita, che rompono la monotonia
di tutti i giorni. Non impazzisco questa
volta perché sono confortato dal pensiero
che pur stando a casa nemmeno avrei potuto
uscire, e sorretto da una forza di volontà
straordinaria, dovuta al mio modo di ragionare.
L'internamento questa volta l'ho preso con
filosofica freddezza (del resto non c'era
altra soluzione logica!) e l'ho considerato
come una esperienza di una C.P.R.; come un
periodo di riposo da dedicare.alla lettura
del giornale e di un romanzo di Prandello
(Quaderni di Serafino Gubbio operatore) e
a lunghe dormite; come una buona occasione
per fare nuove esperienze umane, per fare
nuove considerazioni sul comportamento dell'uomo.
Ho passato ore intere. ad osservare in silenzio
i vari movimenti dei ricoverati, ad ascoltare
i loro ragionamenti, traendone valide conclusioni
che hanno arricchito il mio bagaglio culturale.
È un modo questo per far sopportare qualsiasi
accidente, per fare ambientate l'uomo in
qualsiasi luogo, per fargli riacquistare
la serenità quando teme di poterla o di averla
smarrita: l'esperienza non è mai perduta.
arricchisce sempre!
Non vi ho detto ancora perché mi trovo in
ospedale. Lunedì 24 novembre verso le sei
del pomeriggio rientravo in caserma, dopo
essere stato ai corsi abilitanti. Sulle strisce
pedonali proprio vicino al Distretto fui
investito da una "cinquecento".
Soccorso e immediatamente portato al vicino
Ospedale civile, mi riscontrarono una forte
contusione con doppia escoriazione al ginocchio
sinistro ed una lieve contusione alla regione
carotidea. Niente male! Solo grazie alla
mia agilità ed ai miei riflessi evitai il
peggio, attutendo il colpo, ammorbidendolo
con un pronto salto all'indietro. Un altro
al mio posto certamente sarebbe stato letteralmente
falciato. L'unico sollievo è la constatazione
che ... a mettermi sotto sia stata una signora
(che donna!). Anche nella cattiva sorte ho
trovato qualcosa di confortante: basta accontentarsi!
* * *
Torniamo alla vita da internato. È semplicemente
ridicola! Qua dentro tutto è ridicolo, tutto
è senza significato, tutto è vuoto e squallido.
demoralizzante per chi crede ancora nei valori
puri e sani della vita. Quasi tutti sono
imboscati, sono adulatori, ipocriti, falsi
ammalati, vigliacchelli egoisti. Mi fanno
nausea! Ti costringono a pregare anche se
dicono che si è liberi di non farlo. Sentite
cosa mi è capitato questa mattina. Si stava
preparando la festa per la Medaglia Miracolosa.
Io stavo leggendo il giornale vicino alla
finestra. Si avvicina un capitano cappellano
e mi chiede con tono perentorio: "Tu
ti sei confessato?" Colto allo sprovvisto,
sono rimasto imbambolato ed ho risposto si.
Del resto mi scocciava dare anche delle spiegazioni
del perché non volevo confessarmi. Ha voluto
essere preso per fesso e l'ho buggerato.
Ho visto poi che chiedeva la stessa cosa
agli altri ricoverati, con un fare da SS,
costringendo alla confessione chi non voleva
farla o alla bugia chi ha saputo resistere
ai suoi inviti. In cappella poi si è raggiunto
il colmo della sopportazione e della indignazione
durante la Messa. Giunti all'Eucarestia,
si è fatta una lunga fila di "ricoverati"
che avevano bisogno di prendere la comunione.
Erano per la maggior parte lecchini che dovevano
trascinare noi altri verso l'altare e, nello
stesso tempo, dovevano liberarsi del peccato
commesso con il loro comportamento, con la
loro ipocrisia. Molti di noi siamo rimasti
fermi negli scanni. Una suora si è avvicinata
e con espressione buffa ci ha detto: "Voi
non sentite il bisogno di comunicarvi?"
Poi, dimenando le mani giunte borbottava
tra sé (ma facendosi sentire): "In che
mondo viviamo. Povere mamme vostre che vi
hanno inutilmente insegnato la parola di
Dio!" E torceva la bocca e continuava
a dimenare le mani quasi volendoci accusare
di essere degli "animali" (In contrapposizione
a "cristiani"!) Se avesse potuto
ci avrebbe sputato addosso: glielo leggevo
sul volto da quell'espressione così cattiva!
E poi il Clero si chiede meravigliato perché
oggi la gente e soprattutto i giovani si
allontanano
dalla Chiesa! (Caserta, 29 novembre)
Ho avuto un mese di convalescenza, per il
momento! Ora sto a casa, mi sento già meglio
(sarà l'effetto della convalescenza!) e posso
cosi portare a termine quest'altro "capitolo
di libro", pregandovi di sopportarne
la lettura.
Non ho altro. Penso di poter chiudere con
l'augurio che accettiate i più cordiali saluti
e gli auguri più sentiti per il prossimo
Natale e per il prossimo anno I976, che sia
apportatore di gioia e di felicità immensa
per voi e per me.
Buone feste, buon divertimento e... ciao.
ciao. |