Epistolario di Carmine Montella

A Polo Pellegrino, in San Giorgio Calabro
Baiano, 27 Ottobre 1973

Carissìmo Pellegrino,
ieri pomeriggio mi è giunta la tua cartolina. Essendomi liberato dagli studi ed avendo, per questo motivo, del tempo libero, anzi tanto tempo libero, posso sedermi qui, dietro la mia scrivania e scriverti una lettera decente, con tutta la calma, con tutta la serenità e con tutto il tempo che mi è possibile dedicarti.
Ho da raccontarti tante cose.
La prima è tutt'altro che piacevole: ho mia madre all'ospedale, a Mercogliano. Non so ancora se è qualcosa di serio o di molto serio. Una cosa è certa: l'assenza di mia madre mi sta turbando molto. Abituato a vederla gironzolare per casa ad accudire alle sue faccende di casalinga tutto il giorno; abituato a vederla intorno a me, che passo la maggior parte del mio tempo in casa; abituato ad aiutarla continuamente e a starle anche per questo molto vicino, oggi mi vengono nodi alla gola e quasi vorrei piangere, perché mi guardo intorno e non vedo nessuno, sto tutto solo in casa a sostituirla laddove posso, mi siedo a tavola e vedo il suo posto vuoto, vado a dormire e vedo il suo letto lì muto, freddo, non riscaldato dal suo calore. Sono certo che tu, Pellegrino, puoi capirmi, perché hai vissuto, e con più drammaticità, la mia situazione! Una casa senza la padrona sembra... no, non sembra niente; proprio così: non sembra niente! È come se non ci fosse luce, è come se non vi fosse vita! Tutto quello che si fa sembra non aver significato: non c'è entusiasmo, non c'è grinta, non c'è piacere, non c'è sentimento: si fa con apatia, con abulia, quasi per forza d'inerzia. Com'è brutta questa situazione, Pellegrino, troppo brutta!! Purtroppo queste cose sono così naturali, che bisogna essere preparati ad affrontarle in qualsiasi momento della nostra esistenza così bizzarra. Bisogna essere forti nella vita e io mi sento forte nello spirito e pronto a sopportare qualsiasi accidente.
Passiamo ad altro.
Un paio di mesi fa ho rotto il rapporto di amicizia con Antonio e Rocco Bellavista e con Andrea Bellofatto. È una rottura, questa, definitiva! E non mi riappacificherò mai più con questi individui, nemmeno se sono essi ad allungarmi la mano! Non oserei insozzare la mia con la loro! Sono dei farabutti, degli sporchi vigliacchi, degli illusi (dei poveri illusi); non hanno carattere né personalità; non meritano più nemmeno il perdono o la comprensione; sono persone per le quali non vale la pena di sprecare neanche la saliva (come una volta hai fatto tu, ricordi?), tanto poco essi valgono: meritano una cosa soltanto: essere schiacciati come vermi, a meno che uno non si voglia sporcare la suola delle scarpe con il loro sangue e la loro carne, bastardi!!! Pellegrino, tu hai avuto modo dì conoscere i Bellavista e sai quanto valgono e quanto bisogna apprezzarli. Tu sai pure quanta stretta, fraterna e intima fu la mia amicizia per Antonio: è stato un caro amico, a volte anche più caro di te, non lo nascondo. Ma c'è un proverbio che dice: "I nodi vengono al pettine". E i nodi sono venuti al pettine; i difetti sono emersi e mi hanno permesso una valutazione giusta, anche se con ritardo. ma forse per questo più esatta. La prova del tempo e della fedeltà, della sincerità, dell'onestà. hanno dato ragione a te! Solo oggi riesco a giudicare, con una certa autorità, il tuo valore, la tua serietà, la tua amicizia e sono veramente orgoglioso dì averti come amico! Dicevo più su che tu hai avuto modo di conoscere i Bellavista. Per questo sono sicuro che tu stai approvando, la rottura di questo rapporto.
Veniamo, ora, a trattare un altro argomento. Il I9 di questo mese, ho consegnato in. segreteria la dissertazione scritta sul "Lessico pascoliano". La dissertazione è quel lavoro che, comunemente, si chiama "tesi dì laurea" e che pone termine al corso dì laurea. Con questo lavoro, molto accurato, valido e serio, chiudo quella parentesi della mia avventura universitaria, che è stata una lotta continua contro me stesso e contro la società! Cinque anni di sudore; cinque anni di sacrifici; cinque anni di privazioni; cinque anni che mi hanno visto impegnato con onestà e con serietà sia nel campo della scuola (come studente e come insegnante), che in quello del lavoro, sia nel campo sentimentale, che in quello sociale! Cinque anni che lasciano un solco profondo e perenne nella mia vita e sul mio fisico. È vero che ho sofferto tanto; è vero che mi sono sacrificato quanto pochi sanno; è vero che ho dovuto lottare fino allo spasimo; è vero che ho dovuto affrontare e risolvere situazioni a volte drammatiche; ma è pur vero che ho saputo seminare, ed oggi sto raccogliendo i frutti del mio lavoro, in abbondanza e di ottima qualità. Non ti nascondo che mi sento più maturo, più uomo, più consapevole dei miei meriti e dei miei limiti, più completo e più me stesso, ma, soprattutto, più libero. Sì, proprio cosi: mi sento più l i b e r o . La libertà, caro Pellegrino, per me non significa vivere in un regime democratico, qual è quello instaurato in Italia dal Partito democristiano, che attribuisce a questo valore una dimensione teorica che non corrisponde affatto alla dimensione pratica. In Italia non esiste la libertà, ma solo una pseudo-libertà, cioè una falsa libertà! Se libertà significa essere presi per fessi, io preferisco non avere questa libertà; se libertà significa dover rischiare molto quando si vuole esprimere la propria opinione, io preferisco non avere questa libertà; se libertà significa leccare il culo per cercare un impiego o far riconoscere i propri meriti, il proprio valore, io preferisco non avere questa libertà; se libertà significa essere sequestrati, essere derubati, essere seviziati senza essere difesi e protetti dalla legge, dalla giustizia e dalla polizia o da chi per essi, io preferisco non avere questa libertà; se libertà significa "non vedere", "non sentire", "non sapere", io preferisco non avere questa libertà; se libertà significa non dover mai contraddire, dover dire solo sì, io, preferisco non avere questa libertà! Io mi sento libero, perché penso di aver raggiunto un grado di maturità e di pensiero molto elevati, che mi permettono di farmi spaziare nei cieli sconfinati dell'universo senza che nessuna forza, terrena o celeste, possa mai mettere un frena alla mia mente od ostacolare i voli liberi e felici e sicuri del mio pensiero. Potrei essere chiuso dalla società in una cella di segregazione, isolata completamente dal mondo esterno: anche in questo stato sarei libero, perché si può incatenare il corpo di un uomo ma non il pensiero! Chi mai ha la forza di vietarmi di pensare e come può mai farlo? Con la morte? No! Con la morte non farebbe altro che liberare il mio corpo dalla schiavitù dell'uomo e, nello stesso tempo, permettere alla mia anima di volare libera per il cielo e farle gustare da lassù gli umani affanni! Diventa schiavo degli uomini e di se stesso chi è succube della volontà degli altri, chi non è forte di animo, chi non basta a se stesso, chi non sa dominarsi con freddezza, chi è terrorizzato dall'idea di morire, chi ha paura del freddo buio della Morte; perde la propria libertà chi non ha idee chiare e concetti chiari, e chi non sa attribuire il giusto significato alla realtà che lo circonda e non sa dare la giusta dimensione alle cose prospere e avverse.
E mi fermo qui, Pellegrino, per non essere pesante e noioso. Aspetto con ansia tue notizie.